volare

Ho imparato a volare

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Se ripenso ai primi momenti ho una immagine poco chiara. Mi ricordo bene, però, che la cosa più difficile è stato confessarlo a mia mamma.
Non è facile dire a chi ti ha messo al mondo che tu non sei esattamente uguale agli altri, che tu sai volare.
“Sì, volare. Ma no: senza molle o aerei o elicotteri o diavolerie. Semplicemente ho imparato a volare”.

Fin da piccolo avevo questa grandissima passione per l’aria e per il volo. Quando gli altri cercavano fuori dalla finestra una distrazione qualsiasi che li catapultasse fuori dalla stanza dei compiti, io invece cercavo gli uccelli. Guardavo i rondoni nel cielo, quelle falci nere senza quasi coda, fermi piantati lassù, chissà come. E non mi bastava ammirarli. Con la bocca aperta un po’ per lo stupore un po’ per la posizione innaturale del collo. Io volevo esserci, volevo essere come loro.
Mi sono messo a studiare, certo. E una certa predisposizione fisica ha aiutato. Il mio allenatore diceva che la struttura dei miei muscoli era perfetta per i brevi scatti potenti. E ci ho lavorato tanto su questo, sui miei muscoli, sugli scatti.
E quando non mi allenavo cercavo una soluzione tecnica più efficiente per le ali. Fibra di carbonio, polimeri più leggeri, connessioni più flessibili.
Il volo, come l’ho sempre pensato, è sempre stato forza e tecnica. Nessun motore, no. Il motore è nemico della sfida. Sudore, sì. E rischio. Rischio di cadere, di andare a sbattere, rischio di finire come un pulcino di aquila che ha sbagliato i tempi.
Ma più di tutto il rischio di avere investito i giorni di una vita, tutto il sudore, tutta l’energia, in un fallimento.

Adesso sono qui, in alto, che mi libro sopra la vostra città. La sentivo diversa da me persino prima, figuratevi adesso. Adesso sono qui che volo, in alto, come se fossi invisibile. Solo qualche cane abbaia verso il cielo il suo stupore inascoltato.
Volo in alto quasi senza fatica, ho imparato a sfruttare le correnti e le termiche. Sono qui che svolgo diligentemente il mio destino.
Evito di chiedermi cosa provo adesso che il sogno l’ho toccato. Ma il pensiero monta e non riesco a tenerlo basso. Vola, anche il pensiero. Un senso strano, come se mi fosse stato asportata una parte importante. L’attesa, il sogno. Non so. Non so davvero cosa provo. Non so.
Vedo un bambino che esce dall’asilo e la madre lo tiene per mano senza dolcezza. Lei parla con le amiche, lui mi indica. Strilla si sbraccia insiste, ma la mamma non si lascia attrarre dall’impossibile.
“Guarda mamma, guarda su. C’è un signore che vola”

Troppa carta

gracchiAntonella quando scrive usa troppa carta. Pensa veloce e mette, senza farci caso, la matita tra i denti. Fino a quando sente il sapore della grafite e si riprende. La toglie dalla bocca, riprende il filo, si mette più composta. Raddrizza persino la schiena. E’ segretamente contenta di non averla mordicchiata. Ormai è grande, non si fa. Non più.
Da piccola, quando camminava sulle sue prealpi, parlava tanto. Ma tanto tanto. Anche se il suo momento preferito era quando la pendenza la costringeva a tacere. E la sua mente cominciava a parlare. Ed era un silenzio pieno di parole. E di erba, di sole, di aria di crinale, di tempo a venire. Di futuro tutto ancora da costruire.
Aveva facile il sorriso, Antonella. Le prealpi ti mettono la testa a posto. Ti fanno sentire lo sforzo, quello giusto. Ma non ti svendono l’idea di essere un grande scalatore. Sei uno che cammina, che suda, che fa fatica. Che spesso poi arriva. Ma che (sempre!) ci deve mettere voglia e energia. Non sei come quelli di Milano, a cui bastano un paio di costosi pantaloni a quadri per sentirsi Compagnoni.
Quando era in cima a quel poco da scalare, ogni tanto vedeva i gracchi. Piume nere di catrame liquido. Zampette rosse. Becchi gialli come quel granturco nascosto giù, nei rettangoli di verde scuro a fondo valle. Ma in quegli uccelletti, più di tutto, leggeva la capacità di trasformare quegli spintoni del vento in sospensione. In sogno, in volo, in viaggio. E non si spiegava come quei pennuti spettinati riuscissero a restare aggrappati al vento della cima come panni stesi. Veleggiavano a pochi metri da lei. Così vicini che anche lei iniziava a veleggiare, con la mente a molti anni da loro. In avanti. Pensava a quanto sarebbe stato bello, un giorno, imparare a volare. Imparare il vento, le correnti, l’aria.
Antonella quando scrive usa troppa carta. Ma con gli anni e la pazienza ha imparato a tracciare le righe. A disegnare rotte.
Si è persino iscritta ad un corso per guidare gli alianti. Dove cercare quel silenzio, quelle righe, quel vento, quelle parole.
Antonella quando scrive usa troppa carta. Ma Antonella, oggi, sa volare.