vicinanza

Spegni e riaccendi

treniveloci

Dei treni di oggi mi piace il fatto che i posti sono prenotati, almeno su quelli a lunga percorrenza, alta velocità e caro prezzo.
Ma il fatto di arrivare e di sapere che ho il mio posto mi fa iniziare il viaggio con un umore migliore. Meglio ancora sono quei treni che hanno i sedili a due a due, come le corriere di provincia, o come gli aerei.
L’ultimo viaggio, però, mi è capitato un posto dei quattro centrali. “Beh, pazienza. Mi metto i miei auricolari, tiro fuori libri e appunti che tanto non riguardo e mi isolo come si deve”

“…usi… gnere…staluce?”
“Eh?!?” dico io cercando di essere cortese, mettendo in pausa senza togliermi le cuffie… “Come diceva?”
“Chiedevo se lei la sa spegnere questa luce?”
E mi porge un telefono diverso dal mio, con la lucina LED del flash accesa, bloccata.
Prima che io possa dire che non lo conosco, chiudendo l’intrusione con un mi spiace, mi ritrovo già lo smartphone in mano. Deve essere una cosa veloce, penso, e inizio a provare.
Cerco una app con una icona che ricordi una torcia elettrica o una luce d’emergenza, ma niente. Scorro a caso cercando un indizio ma ancora niente. Cerco le impostazioni, ma in questo IOS non so neanche come è fatto.
La padrona del telefono comincia a parlare, io l’ascolto poco. Lo fa con un modo strano, non invadente.
“Sto tornando da Milano, dove abita mia figlia, ha ventitre anni, studia arte…”
Io continuo a cercare di districarmi da quel compito che non ho cercato. Ma quando dice “mia figlia” alzo ancora gli occhi. Non mi torna l’età. Avrà quarant’anni, come fa ad avere una figlia ventenne che vive in  un’altra città? Ok, va bene tutto, ma qualcosa non mi convince. La selva di icone comincia a essermi straniera.
“È lì da poco e adesso aveva bisogno di me. Ho lasciato i due piccoli col padre e mi sono sentita in dovere di partire”

Alzo gli occhi. Questa voglia di raccontarsi mi fa sentire bene. Non so perché ma non sono in imbarazzo se questa sconosciuta mi racconta i fatti suoi. Tengo il suo cellualare in mano ma non lo sto più guardando.
“Eva e il suo ragazzo si sono appena lasciati. Insomma lui l’ha lasciata, l’ho capito dall’angoscia ingiusta che aveva addosso. Da come mi telefonava. Dal bisogno non espresso che aveva di me. Perché una mamma queste cose le capisce sempre. Magari poi non sa come affrontarle, ma le capisce…”
“E cosa si dice in questi casi?”
“Mah non so…” sorride. Come se dovesse darmi la risposta giusta che non conosce.
“Solo che il fatto di essere andata a trovarla, l’ha fatta sentire bene. Ha persino cambiato le lenzuola e fatto finta di non fumare. E poi mi ha portato nella sua vita. A teatro, dove fa qualche lavoretto. E poi coi suoi amici strampalati. E soprattutto mi è stata vicino e ha parlato parlato parlato parlato e parlato. E parlato ancora. Tanto che non sapevo più cosa dirle, davvero!
E infatti ho fatto la cosa più sensata che potessi fare: starla a sentire. Senza correggerla, senza suggerire niente. Senza darle solidarietà o consigli banali. Solo fare vedere che c’ero” Si corregge subito “Che ci sono”. Dice quel ci sono con una bella, invidiabile fierezza.

Io penso ai miei di figli. “Io ne ho tre, ma sono piccoli. Vanno alle elementari. Stavo riflettendo a quando, un futuro, mi troverò anche io nella stessa situazione. Sempre che ai papà qualcuno abbia voglia di raccontare queste cose…”
“Io davvero… non so… ma anche una mamma non sa come affrontarle”
È una donna magra, alta, mani lunghe. Un aspetto molto piacevole, ma del tutto naturale. Forse senza trucco, comunque senza trucchi evidenti. Di strano ha solo un paio di scarpe assurde, a metà tra ballerine e scarpe da tennis. Gradevolmente brutte. Anzi no: decisamente brutte. Leggo sulla copertina della sua agenda che si chiama Anna. Sì, Anna è anche un nome che le somiglia.
Riprendo il mio ruolo di assistenza tecnica  e cerco la soluzione per il suo telefono. Ma è passato del tempo e la tastiera si è bloccata. Glielo devo restituire e un po’ mi spiace.
“Si è bloccata la tastiera. Non ho trovato la soluzione. Magari spegnendolo e riaccendendolo va a posto”. Ok, ho detto una banalità, ma magari funziona. Funziona sempre questa cosa di spegnere e riaccendere. Chissà se anche con i figli, quando sono in crisi, si può fare qualcosa di simile. Chissà se con Eva e Anna funziona questo trucco di spegnere e riaccendere. O forse basta stare vicino, vedere che la tua disperazione sta a cuore a qualcuno. Riprendersi dai baratri, risalire.

“Ah grazie. Funziona. Grazie mille”. Un sorriso pieno di gratitudine.
Cerco un pretesto per fare altre domande, per chiedere, per sapere. Ma non trovo niente e torno a ascoltare la mia musica. In un giorno in cui sento che la mia bossa-nova non è mai stata così noiosa.

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La maledizione del malpensiero

cavalli
Da quasi tre mesi l’esercito di Alborellone di Fellonica stringeva un assedio poco convinto. Per questo la corte del conte Buris era invasa da tutti gli abitanti del circondario. Le provviste di farina, di acqua e di noia non mancavano. E visto che gli assedianti passavano gran parte delle loro giornate a caccia o a ubriacarsi, c’era modo di uscire quasi tutti i giorni dalle spesse mura del palazzo per rifornirsi negli orti circostanti di verdure e patate.
Ma i turni di guardia erano serrati, i lumi delle sentinelle sulle torri erano sempre accesi e la tensione si faceva vedere.
Un giorno una vecchina scura, storta e maleodorante si presentò alle porte.
“Fatemi entrare, ho fame. Sono una guaritrice: posso esservi utile”
“Va’ via, vecchia!” fu la risposta del secondo arciere.
“Fatemi entrare vi dico”
Dopo molte insistenze venne chiamato il capo delle guardie, infastidito dal dover interrompere la sua mano di dadi.
“Va’ via, vecchia!”. Senza saperlo ribadì il concetto pigramente esposto dai suoi sottoposti. Ma dopo un’altra mezz’ora di insistenza, la vecchia ottenne di parlare con il capo della guarnigione, il generale Panozza.
“Andatevene via, vecchia!”. I gradi imponevano una forma più formale, ma la sostanza rimaneva la stessa. Anche l’insistenza della vecchia era la stessa. Tanto che ottenne di parlare con signorotto del posto.
Il conte Buris, seccato della richiesta, si recò sugli spalti imprecando.
“Va’ via, vecchia!” Inventò il Signore, dando grande soddisfazione a tutti i suoi strati di sottoposti.
Dopo una decina di minuti di insistenza e non avendo nessuno a cui scaricare la grana disse. “Mandatela via, a sassate se serve!”
Qualche divertito lancio la convinse ad allontanarsi dalla corte. Ma andandosene tirò fuori una polvere di moscerini e disse “Questa corte sia maledetta e tu, stupido signorotto, vivrai la malattia del malpensiero!”
L’infittirsi della sassaiola fu più convincente di un ennesimo “va’ via vecchia!”
Dopo quell’episodio, il conte Buris restò di cattivo umore tutto il giorno.
Il suo carattere era da sempre ostile e brontolone, quindi dapprima nessuno notò un cambiamento. Ma giorno dopo giorno tutto peggiorò.
A causa di quel barbaro assedio di un esercito di pezzenti, oltre al conte Buris e alla sua famiglia, il castello ospitava anche altre tre famiglie di altri conti Buris, provenienti da altre contee del regno. Per evitare discussioni i conti Buris si accordarono per alloggiare ognuno in uno dei quattro angoli del castello quadrangolare. Vista la parità di rango le questioni non potevano essere risolte nel consueto modo sbrigativo. E vista la parentela non era ammesso regolarle con un duello.
Un giorno il cavallo del “nostro” conte Buris si slegò e andò a depositare il contenuto sminuzzato e elaborato delle proprie viscere equine nell’angolo sbagliato. “Cosa volete che sia!” disse saggiamente il conte padrone di casa, incurante delle osservazioni dei suoi consiglieri.
Per una sfortunata coincidenza due giorni dopo successe lo stesso, con un cavallo di un conte Buris di quelli ospitati.
Il padrone di casa andò su tutte le furie. “Non può che essere un atto deliberato”
“Ma signor Conte, è un caso! E’ successo anche al suo cavallo qualche giorno addietro!”
“Ma come un caso?!? Siete d’accordo forse con loro? Volete sommergere la mia reggia di letame? Siete tutti contro di me!”
E più si cercavano spiegazioni logiche ed equilibrate, più il signorotto di intestardiva nella sua tesi irrazionale.
Nessuno più ricordava la maledizione del malpensiero, ma forse qualche cosa aveva lasciato.
Gli assedianti seguirono altri tesori e altre zone di caccia, prima che l’inverno li potesse sorprendere ancora accampati.
I conti Buris in prestito tornarono nei loro castelli di campagna promettendo gratitudine così eterna da sembrare finta.
Ma il padrone di casa non indietreggiò da questo atteggiamento che cercava provocazioni in ogni respiro di mosca.
Figli, consiglieri, sudditi, soldati: tutti erano bersaglio quotidiano delle sue rimostranze.
“Se hai posato questo calice in questo modo è perché sperassi che mi facessi male”
“Se mi consigli in questo modo è solo perché speri nella mia disgrazia”
“Se dite di voler fare ragionare vostro padre è solo perché sperate di vederlo impazzire e di prendere tutto il regno prima del tempo”
“Se…”
“Se…”
“Se…”
In poco tempo il conte Buris si ammalò di tutto questo grigiore che portava dentro. Furono chiamati i migliori dottori e sapienti del regno, ma non volle ascoltare nessuno, tanto era sicuro di una qualche manovra per sbarazzarsi di lui.
Morì anni dopo. A dire il vero morì vecchio, molto vecchio per quei tempi e per la vita che si faceva.
Ma a lungo i biografi dibatterono se contare gli ultimi anni. Quelli in cui aveva rinunciato a confrontarsi con gli altri e preferiva vedere minacce e provocazioni ovunque.