vetri

Della vita e del parabrezza

Di automobili non sono mai stato appassionato. Ma visto che ci passo tante ore, cerco di starci un pochino bene. Niente di speciale: un’autoradio che legga anche mp3; un posto di fianco dove appoggiare il cellulare senza che scivoli dappertutto, ad ogni curva. E una piccola mania. Quella di avere i vetri puliti. Che magari sembra un controsenso lavare la macchina una volta l’anno e avere sempre i vetri puliti. Ma è un’altra cosa.

I vetri puliti mi danno una leggera serenità. Per un verso mi permettono di vedere meglio quello che succede fuori e di guidare più tranquillo. Per l’altro non voglio arrivare impreparato a quei momenti speciali. Sì, perché ci sono attimi imprevisti in cui la luce fuori ha qualcosa di inaspettato. Non c’è un momento preciso della giornata. A volte è di mattina. Con la strada che mette la macchina in una direzione tale da prendere la luce in modo perfetto. E visto da dentro sembra che i vetri non ci siano. E sembra di essere fuori. In mezzo a tutta quella luce, in mezzo a tutto quel colore. Oppure dopo un temporale. O d’estate all’imbrunire. O persino certe notti di inverno, che fuori tira un vento che taglia. Ma se in quei momenti i cristalli sono perfettamente puliti, allora quel momento è davvero speciale. Pieno. Completo. Vissuto gustandone interamente quella incredibile limpidità.

Per sodddisfare questa piccola mania, non è che faccia niente di speciale. Solo che quando vado a fare il pieno di metano (perché l’auto io l’ho presa a metano: per il portafogli, per il pianeta, per l’ossido di carbonio e per tutte quelle belle cose là) impiego i minuti di attesa cercando di pulire finestrini, parabrezza e lunotto.

Nella stagione fredda trovo un leggero fastidio quando poi trovo una condensa notturna. E’ venuta di nascosto e trovo che mi ha bagnato tutto il vetro, magari impastandosi la polvere. E so che tanto i tergicristalli non saranno una buona soluzione. Lasceranno le loro righine semicircolari che mi rovineranno la mia maniacale idea di limpido. E allora aspetto la stagione migliore. Quando la temperatura sale e non si forma più la condensa. Ma poi il caldo arriva e mi viene in mente che ho un altro nemico. Gli insetti che prendono di mira la trasparenza del mio parabrezza. E il tergicristalli peggiora ancora le cose. E rimpiango le goccioline autunnali che almeno lasciavano meno tracce. Ieri in macchina pensavo a queste sensazioni. Che ormai sono dentro di me, che orani non devo descrivere ascontaldo il suono delle parole. E pensavo a questo continuo rincorrere. Questa speranza di qualcosa che è sempre dietro l’angolo. E di quanto siamo condannati a una incompleta felicità. Sì: goccioline, falene, righine sul vetro della macchina. E felicità. Mi prendo il lusso di questo accostamento sapendo che tanto queste parole non le deve leggere uno psichiatra. Pensavo a questa vita fatta di rincorsa di cose inutili. Di questa torta a cui manca sempre una fetta. Di questa corsa in ruota di creceto. Ci pensavo questa mattina, intanto che aspettavo di riempire il serbatoio di metano e pulivo i vetri.

E ho sorriso decidendo che oggi mi vanno bene così, questi cristalli. Con le loro righine di acqua sporca, coi loro leggeri aloni. Con questa incompleta felicità, che se ti fermi a guardarla, scuoti la testa e vai avanti. Con un sorriso pieno di voglia di muoverti.