verità

Quando il saggio decise di sedersi

saggio

Il saggio, pur avanti con gli anni, uscì di buon mattino dal villaggio. Camminò per ore fino a giungere in cima a una piccola vetta che sovrastava il paese. E si sedette. Passarono due ore e i suoi seguaci, in preda allo sconforto, decisero di non aspettare oltre.
Raccolsero dai contadini che lo avevano visto salire, quelle poche indicazioni per raggiungerlo. Unirono quei pochi generi che ritenevano potessero essere utili e decisero di mettere i propri passi in fila.
Il primo giorno lo raggiunse il discepolo più vicino. Avvicinandosi lo vide seduto e gli si sedette di fronte. Assumendo la stessa silenziosa postura, come davanti a uno specchio. Il sole descrisse tutto il suo arco e il discepolo si rialzò e scese al villaggio. Tutti lo interrogarono, sulle parole scambiate, sulle ragioni che avevano portato il maestro sulla vetta.
“Forse è per farci capire l’importanza dell’attesa. Ma non ne sono sicuro.”
Nei giorni seguenti uno alla volta, come per un patto taciuto, salirono uno dopo l’altro. Cercando la ragione, la spiegazione.

“Maestro, forse che sia l’arrivo imminente di una carestia?”
“No” rispose il vecchio saggio. E il discepolo deluso ridiscese.

L’indomani all’alba era un altro. Forte del tempo silenzioso della salita, pose la sua domanda.“Forse è la rinuncia alle cose terrene”
“No, perché?”

E così ogni giorno. “Forse è un simbolo di come la vita è piena di privazioni?”
“No”

Giorno dopo giorno. “Forse è per sottolineare la nostra fragilità”
“No”

“Forse è un modo di avvicinarti alla natura, in questa sintonia ancestrale senza uomini?”
“Bello. Ma no”

“Forse è per portare il più piccolo di noi a sentirsi simile a te?”
“No”

“Forse è per negare il bisogno di socialità, nella quotidiana ricerca di un equilibrio interiore?”
“No, no”

“Forse è per…”
“No guardate: avevo voglia di fare una camminata e di sedermi qui”

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Sacrosanta

Fin da piccola i nonni materni (che abitavano con lei) e i nonni paterni (a poche centinaia di metri)  non mancavano di gareggiare per farle sentire la loro presenza rassicurante. Presenza che spesso arrivava ad essere comprensione molto generosa di ogni marachella che i bimbi  della sua età non sanno e non vogliono negarsi.
Crescendo dovette affrontare le prime piccole prove della vita. E questa generosità a pioggia, seppe trasformarsi in aperta alleanza.
I contorni di questa generosità si stinsero, espandendosi. Per trasformarsi, in tutta naturalezza, in adesione aprioristica alle sue tesi.

Ben presto quella che era una piccola bugia, raccontata magari solo per giustificare un insuccesso, diventò una bugia bella e fatta.
Poi, a forza di giustificarsi e rassicurarsi, questa bugia diventò nella sua mente, la realtà.
Queste che erano nate come interpretazioni di comodo della realtà, diventarono descrizioni oggettive. E poi sacrosante verità. E nessuno seppe distoglierla in tempo da questo scivolamento. Nessuno le seppe trattenere. Scivolava, senza rendersene conto. Come verso un sonno del buon senso.
Fu così, che crescendo, Sonia, perse contatto con la realtà.
Finì per riscrivere la realtà ostile che gli altri, il resto del mondo, sembravano puntarle addosso.

Litigò col cugino Riccardo, con cui da ragazza era stato tanto affiatata, accusandolo anni dopo di averle fatto fare chissà quale brutta figura. Naturalmente lui non si ricordava nessuno dei precisissimi particolari che lei, negli anni, aveva memorizzato, integrato, arricchito, ricostruito, adattato e catalogato nella sua mente.
Tagliò i ponti con le amiche di un tempo. Che ormai avevano ritmi, tempi, lavori e famiglie diverse. Ed erano cambiate, distanti. Concrete.
Non creò mai un vero rapporto con le colleghe, che ingiusto precariato rese poco più che occasionali fastidi.
Ruppe con una specie di fidanzato. Di cui di colpo non si seppe più nulla. Sciolto nell’acido di una realtà troppo caustica per essere portata vicino alla pelle.
Si arroccò tagliando fuori tutto. Finendo per prendere abitudini da diva americana assediata. Senza che il mondo avesse avuto la minima intenzione di tributarle questo fastidio.

Un giorno di quasi primavera, però, si trovò a camminare. Da  sola, su una strada marginata da ciuffi d’erba. Asfaltata, ma poco battuta, vicino a casa. Un bosco di pioppi ordinati proiettavano sulla strada un’ombra decisa. La catena poco controllabile dei suoi pensieri le fece fare un percorso bislacco. Fino a farla riflettere. Di colpo l’ombra cessò. Ed arrivò inaspettata la luce abbagliante di un dubbio.
Rallentò il passo. “E se davvero non fosse così come la vedo io?”

Il dubbio, quel dubbio, fu protagonista per un intero secondo. Il tempo che le servì per rimettersi in cammino.

Santa Claus is dead

babbo natale è morto“Papà dobbiamo parlare”.
“Non adesso”.
Il “non adesso” è solo un modo di prendere tempo, perché sapevo che questa frase prima o poi sarebbe arrivata. E so anche cosa mi deve dire, Chiara. E visto che ha sette anni non voglio che i fratelli minori sentano la nostra conversazione.
Poi in disparte riprende “E’ vero che Babbo Natale non esiste?”. Vorrei risponderle stupito “Nooooon esiiiiiisteeee?”, ma sono anni che Chiara sa fare la tara al mio sarcasmo. E adesso mi chiede una risposta seria.
Penso che ai bambini si debba dire la verità. Magari cercando le parole giuste, ma la verità.
“Sì, Chiara. Babbo Natale non esiste. Ma parliamone io e te. Non dire niente a Luca e Federico. D’accordo?”
Da mesi ci siamo convinti che la Grande Stratega sappia del giochino, ma che fino ad oggi ha continuato a tacere per calcolo.
“Babbo Natale è una storia che si inventano i genitori per fare piacere ai bambini. I regali li comprano i genitori. Perché vogliono bene ai bambini e li vogliono fare contenti”
“Allora anche il topino che porta il soldino per il dentino… Sì. Infatti il disegno che mi ha lasciato aveva il tuo stile…” (Brava, eh! La mia critica artistica). “Sì, anche il topino e la befana”.

Ma mi viene un dubbio. Non voglio portarla a credere solo a ciò che può vedere, toccare, misurare.
Voglio che sia aperta a credere anche ad altre cose. Dio, amore, poesia…

Non voglio che la delusione per il fotogenico ciccione rosso, le rubi la voglia di sognare.
“Chiara, Gesù Bambino esiste. Solo che non perde tempo a portare i regali. Ci insegna a volerci bene. Pensa che bello un mondo in cui tutti ci vogliamo bene…”