vergogna

Per mano

permanoMagari te lo ricordi solo dalle foto, ma da piccola eri biondissima e grassissima. Una palletta bionda. Quando hai iniziato a metterti dritta, in piedi, cercavi una mano per farti traghettare da una poltrona all’altra. E mi ingobbivo volentieri per seguire quei progressi così veloci.
Ti tenevo per due manine e tu ti fidavi. Senza riserve.

Un giorno, poco prima del tuo primo compleanno hai mollato gli ormeggi. Lasciato quel divano e sei venuta verso di me. Con la mano in avanti a cercare ancora la mia. Tic tic tic tic. Scarpette da ginnastica rosse, le ricordo ancora. Eravamo a Moena, in Trentino. E il pavimento era di legno.

Poi ricordo che mi davi la mano quando ti accompagnavo al nido. Se il tempo era brutto volevi stare in braccio. E cercavi un riparo in quella specie di nido preterintenzionale. Ma col bel tempo volevi camminare e faticavo a tenerti per mano, a non farti correre da sola. Ascoltavi i miei pignoli avvertimenti stradali fatti di macchine che vanno veloci e di strisce e di guardare una volta ancora.

Quando hai iniziato la scuola ti sentivi grande. Grembiule bianco codini biondi e tanta voglia di imparare e di dimostrare come sei brava. Una maestrina. Mi davi ancora la manina e io mi sentivo strano a vedere quanto stessi crescendo in fretta. Un po’ a disagio verso quei genitori sconosciuti che ti trattano da amicone. Preferivo tenerti la mano che parlare con loro, ma tu eri via senza cartella a correre coi tuoi nuovi amichetti.

Adesso sei grande, sei già in quarta. E intanto che ti accompagno mi ha fatto tanto piacere che tu mi abbia preso ancora per mano. Io quasi non osavo, non ci pensavo. E mi sento importante quando cammino con la mia brontolona nel momento in cui è ottimista e entusiasta. E quando sorridi mi stupisco di come ti sia fatta bella, ma non te lo dico. Ti parlo dei sorrisi piuttosto, della loro importanza. Sempre.
Faccio il conto dei tuoi anni. Quanti ne hai e quanti ne mancano a quell’età in cui la mano del papà sarà una cosa da evitare come la peste. E magari sognerai di tenere la mano di qualche sgorbio brufoloso che so già che non mi piacerà. E che dovrò far finta di niente. Mi ci vedi a non fare commenti? No, vero?

Ma tanto queste cose non te le dico. Godiamoci questi quattro passi, ancora una volta per mano. Dimmi: cosa hai fatto oggi?

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Colpa del vento

striscioneScivolano i mocassini di Mario, mentre si arrampica su quei due metri di prato in forte pendenza.
Si arrampica cercando di raggiungere la recinzione per legare quel cartello laconico. Tutto stampatello maiuscolo. “No ai licenziamenti”. E l’umidità della mattina rendono scivoloso quei due metri di erba.
Le auto aziendali passano davanti con la solita ostentata indifferenza. Andando a occupare ordinatamente i posti macchina, in un rigidissimo ordine di scomodità crescente.
Scivolano i mocassini di Mario. Le suole liscissime non hanno mai calcato un prato. E non è facile tenere l’equilibrio quando il peso di uno striscione e dell’imbarazzo ti tirano verso il basso.
Nel legare quello striscione Mario è come distratto. Ripensa a quando ha visto quel comunicato sindacale, quello che lo riguarda da vicino. Il suo reparto bla bla bla a partire dalla data bla bla bla misure bla bla bla. Parole che adesso gli tornano in mente a pezzi. Come fossero lampi. Parole staccate dal testo. Mobilità. Scorporo. Esternalizzazione. Riduzione.
Ripensa alla vergogna che lo ha fatto arrossire, a casa, parlandone con sua moglie. Rileggendo quella fotocopia, senza riuscire a darle una vera spiegazione. Senza riuscire a darla a sé stesso.
Perché Mario, lo conoscono tutti, è sempre stato una brava persona. Uno di quelli che non devi chiedergliele due volte, le cose. Uno che non si è mai tirato indietro quando c’è da far tardi in ufficio. Uno che non ha sabati e domeniche, né agosti, quando serve la sua presenza.
Perché Mario si sentiva utile. Insostituibile. Uno che però sapeva cosa rispondere a sua moglie, quando brontolava appena. Sapeva parlare di responsabilità, di impegno, di soddisfazione di fare un buon lavoro. Con una calma consapevole che la convinceva sempre.
E adesso è lì appeso in quel modo così goffo che non si capisce se è lui a reggere lo striscione o viceversa. E’ lì quasi distratto. E pensa a tutti quegli anni, a quei figli grandi non ancora fuori casa, a quel fondo scivoloso.
Ed è quasi contento che le macchine dei colleghi passino con indifferenza.
Perché non capirebbero che quegli occhi lucidi sono colpa del vento. Colpa del vento.

Pudore e Kebab

Ho trovato il posto. Il posto esatto. E adesso non so che cosa fare. Se dirlo a qualcuno, se fare qualcosa.
Da tempo ero scoraggiato. Perché mi sembra di ricordare che nella mia infanzia fossero in mezzo a noi, pur non facendosi mai notare. Pudore, Moderazione, Vergogna, erano così modeste che, anche nel tempo in cui erano presenti, finivano per non dare mai nell’occhio.
Così, quando hanno deciso di andarsene, lì per lì nessuno se n’é accorto. Finendo per condividere il destino di quegli utensili da cucina. Quelli che ti sembrano indispensabili quando li cerchi; ma visto che tra un utilizzo e l’altro passano mesi, finisci per dimenticarli. La stessa fine hanno fatto Pudore, Moderazione, Vergogna. E ce ne siamo accorti tardi. Quando ce n’era bisogno. E non sapevamo dove fossero finiti.
Poi a Torino sono entrato in un esercizio, che da fuori sembrava molto più dimesso e meno pulito di quanto fosse in realtà. Ah! Gentili erano gentili, quei due cinquantenni in sovrappeso, che dopo ho scoperto essere moglie e marito. Ma non ci ho fatto caso.
Ordino un kebab e una birra in bottiglia. Abbinamento per niente filologico. Sento la signora servire un’altra cliente, intanto che aspetto che il mio panino esca dalle cucine. La cortesia mi sembra sovrabbondante, ma non fastidiosa o falsa. L’altra cliente esce. Subito la esercente (così la definiva il brutto adesivo regionale sulla vetrina) la rincorre. Sento che le dà lo scontrino e si scusa “Non ha preso lo scontrino, ma sa: dobbiamo farlo”. Dove sono capitato? Di solito sono io che litigo per farmelo fare, lo scontrino. Allargo le pupille e senza volere aggrotto la fronte. Tanto il muro contro cui è appoggiato il mio tavolino minimo non mi vede. Restando in equilibrio sul mio sgabello, ascolto la cliente andarsene e la signora rientrare. Sorrido, ma forse dal di fuori non si vede neanche. Pochi secondi dopo un tonfo da fuori , che non riesco a decifrare. Passano un paio di minuti e n passante entra avvisando che è caduta la tabella. Con un’apertura del tutto torinese delle vocali.

La tabella era il piccolo treppiede di legno che regge il menù del giorno. Anche se considerando dimensioni del locale, arredamento escelta dei piatti, non penso che tornando l’indomani avrei trovato un menù del giorno differente.

L’esercente uomo esce e dopo averlo rialzato rientra. Vorrebbe lamentarsi, ma accenna solo timidamente. “E’ stato per terra un momento  qualcuno ha fatto in tempo a buttarci un  mozzicone.”  Vorrebbe dire di più, ma sente di non poterselo permettere. Ma si fa forza e aggiunge. “E pensare che basterebbe così poco per stare tutti bene”. Sorrido, ma non è un sorriso di circostanza. Gli voglio bene, davvero. E’ la frase giusta. Nel momento giusto. E lui ha avuto il coraggio (o la fortuna) di dirla.
Nella sua mente non so quale sia la catena di pensieri, ma dopo un po’ mi dice: “Mia moglie non vuole che parli di politica, che poi la gente si offende”. Il mio sorriso cauto ma pieno ci fa capire molto, l’uno dell’altro. E non ne parla di politica. Ma ormai da quei monosillabi, da quelle frasi di indignazione garbata, abbiamo capito che parliamo la stessa lingua. La punta di rassegnazione non era intolleranza verso le persone, ma solo verso i loro gesti. “E pensare che basterebbe così poco per stare tutti bene”. Parla di educazione. Forse solo di mozziconi. Ma a me piace pensare che parli di uomini. Di società. Di universo. Penso che io, uno così lo voglio votare. Glielo dico, che il Kebab è ottimo. Probabilmente sono troppo enfatico, ma nella valutazione ci ho messo anche la simpatia per quel posto modesto. Ma era buono davvero quel kebab.

Esco salutando e dopo pochi passi me ne rendo conto. Che Pudore, Moderazione, Vergogna sono nascoste lì, in quel negozio all’angolo di Corso Stati Uniti, a Torino. Faccio qualche passo verso la stazione: ho un treno da prendere e sento che il tabellone del menù del giorno cade ancora sul marciapiedi. Torno indietro deciso per poterlo rialzare. Con una indicibile soddisfazione. Perché un pizzico di quelle virtù mi sono rimaste attaccate ai vestiti.

E adesso non so cosa fare, se dirlo a qualcuno che ho ritrovato Pudore, Moderazione, Vergogna. E proprio lì, in un posto qualsiasi. E vorrei dirlo a tutti.

Ma ho un treno da prendere e vado verso la stazione.