velocità

L’importanza di scrivere poco

tempoMi sono ricreduto. Attribuivo agli scritti lunghi, ai romanzi prima di tutto, una dignità maggiore. Pensavo che i racconti fossero una specie di virus attenuato della letteratura. E che gli aforismi fossero una forma comoda al massimo per far entrare una frase di senso compiuto in una soluzione della settimana enigmistica.
Invece no. Vedo autori che fanno della sintesi un’arte.
Anche io ci provo, più che altro per pigrizia. I romanzi lunghi non li finisco, mi annoiano prima. Figurarsi a doverne  scrivere e rileggere.
Ci sono invece frasei secche di poche battute che riescono a raccontarti una storia, una sensazione, una filosofia. No, non un pezzo di qualcosa che sa di filosofia: proprio una filosofia. Tutto un sistema, un approccio alla vita.
E poi, non ricordo in che circostanza lo dicevo, un aforisma è democratico. Ti ci puoi confrontare subito, senza tanto sforzo. Il romanzo è un esercizio di arroganza. Pensi davvero che quello che tu scrivi valga tante ore del mio tempo? Ma non pensi anche tu che il tempo, il mio tempo, sia la cosa più preziosa?
Allora meglio leggere mille pensieri da centoquaranta caratteri che un libro di centoquarantamila. Con dentro, a cader bene, un solo pensiero valido. Anche questo tempo, fatto di tante vite vissute tutte assieme, non ci lascia troppo tempo per la lunghezza, per la ripetizione. Meglio capsule di ragionamento intradermiche.
E poi… no basta. Se argomento troppo contraddico questa lode alla brevità.
E non ti voglio fare perder tanto tempo per spiegartelo. Fidati: va bene così.

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La stramaledetta A4

maledettaa4Marco è sulla stramaledetta A4. Nell’ora di punta a tutta velocità.
Tutti attaccati uno all’altro. Chi non la percorre quotidianamente, non si capacita come mai in questo traffico nervoso e aderente non ci sia un incidente ogni chilometro.
Tutti incanalati veloci coi nervi del piede destro a fior di pelle. Pronti a passare in una frazione di secondo dall’acceleratore al freno. Ma intanto premono la tavoletta. Danno gas.

Marco oggi è diverso. Sta correndo per un appuntamento che non so, non sa. Deve passare in ufficio a prendere il campionario. Poi di corsa nell’ufficio acquisti.
Potrebbe essere una svolta per la sua carriera, riuscire a trovare l’apertura con la SPR di Garigliate. Anche se è solo la sede italiana, quella è una multinazionale che spende diverse decine di milioni, solo in Italia. Entrare sarebbe aggiungere una riga in grassetto sul suo curriculum.

Marco corre, non vuole arrivare in ritardo. Non può. Ecco: non può. Gli viene in mente questa parola e gli risulta sgradevole.
Marco corre ma qualcosa manca. Come se si fosse dimenticato di fare benzina al cuore.
Marco vuole arrivare presto. Ma quando si sposta quell’idiota qui davanti, ma quando, quando, quando?

Un livore quotidiano e automobilistico. Sa che non dovrebbe prendersela così, ma un istante dopo aver formulato il pensiero è più nero di prima. A un certo punto pensa al senso di tutto ciò. Alla direzione di questa vita. Nel traffico di routine i pensieri vanno più forte degli autoveicoli. Marco corre ma non sente più lo stesso accanimento. Lo stesso divertimento che provava nel portare a casa un contratto di questo tipo.

Mette la freccia a destra. Esce al primo casello e cerca un bar che abbia i tavolini fuori. Trova il coraggio di fermarsi. Oggi non ci andrà alla SPR. Al diavolo. Se hanno bisogno aspettano.
C’è il primo sole di questa primavera. Una vita sempre in corsia di accelerazione non gli dice più niente. Troppo a ridosso degli stop di chi ti precede non sai vedere la direzione.
Serve un po’ di distanza. Lasciare sfilare gli altri.

Mi porta un’acqua brillante, per favore. Sì, aspetto. Non è un grande bar, non è una gran vista. E’ un inizio, quello sì. Un inizio.

Altra velocita’

Vedendo il paesaggio scorrermi di fianco, subito al di là di quel vetro atermico, pensavo che la velocità con cui guardi le cose cambia molto la percezione delle stesse. Che detto così sembra una banale legge astratta. Inattaccabile. Immutabile. Ma anche inutilizzabile. Ma in quel momento mi sembrava proprio la Sintesi.
Passando con un treno veloce, la campagna di maggio è una macchia di un verde così acceso da sembrare impossibile. Un campo seminato: un insieme di righine. Perfette, ordinate, pulite. E quando la musica che ho nelle orecchie (per caso) si abbina a quella sequenza veloce di immagini, allora quella natura ammaestrata dall’uomo sembra ancora più bella. Bella come uno spot. Solo le nuvole cariche nel cielo si muovono più piano. Ma regolari, anche loro. Scorre davanti a me un fiume, poi un campo verde, un campo verde, un campo incolto e un campo verde. Poi case e un bellissimo parcheggio quasi deserto.

Stop.

Il parcheggio bellissimo mi costringe a pensare. Proprio per la sua bellezza. Di parcheggi ne ho calpestati tanti.
Più parcheggi che campi. Di sicuro. E so che non può essere un posto bello. A nessuna velocità. E allora decido che è ora di rallentare.
Decelerare, decelerare. Decelerare. Fino al punto di vederci, in un campo, la antiestetica presenza di steli intrusi. Disarmonici. Disomogenei. Brutti. Certo: brutti.
Chiudo gli occhi, immaginando di riaprire le narici, intristite da troppi anni di città. Decelerare. E cerco di sentire la sensazione della campagna che a fine estate, all’ora bassa, mi sorprende con l’odore di un fuoco di cortile. Lontano. Disarmonioso.
Poco ecologico persino. Ma non meditato, non mediato, non costruito. Vero!
E decelero. Decelero.