vecchio

Io devo correre

scarpavecchia

Scrivevo tempo fa di un vecchietto sconosciuto, che incontro spesso quando vado a correre. Nella mia mente avevo costruito tutto un personaggio complicato che mi piaceva molto. Ne parlavo ai miei figli dicendo loro “Vorrei avere ancora la voglia di correre, a quell’età”.
Poi nel parcheggio della scuola, un giorno in cui sono andato fuori dagli orari soliti l’ho incontrato.
Mi sono avvicinato con un sorriso e, vedendomi in giacca e cravatta invece che in maglietta e pantaloncini, ci ha messo un po’ a riconoscermi.
“Buongiorno, ci incontriamo sempre la mattina, quando andiamo a correre…” – Aprendo un sorriso che speravo tanto venisse accolto con un altro.
“Ciao bello!  Che piacere”.
Ci siamo stretti la mano, come due vecchi amici.
Volevo verificare se il romanzo che nella mia mente avevo scritto su di lui avesse un qualche riscontro.
Gli sparato una frase molto retorica che però (è questo il brutto) è una cosa che penso davvero. “Ho raccontato ai miei figli che la vedo correre, ho detto Guardate che bravo! Spero di avere sempre voglia di correre quando avrò la sua età…”
E lui senza lasciarmi la mano mi racconta un frammento della sua vita.
“Ma io devo correre. Mia figlia ha due bambini di dieci e cinque anni. E il marito, il compagno, insomma… se n’è andato che lei è ancora giovane…”
Non capisco se l’ha lasciata o se è morto, ma non chiedo. Lui continua.
“Quindi io devo prendermi cura di loro. E non posso farlo come un vecchio. Io devo correre, devo tenermi in forma. Non per me, per loro”
Questa strana rivelazione mi imbarazza, come mi lascia un leggero disagio notare i denti che mancano.
Vorrei dirgli qualcosa di rassicurante, di consolatorio, ma adesso ho solo fretta di liberarmi da quella stretta. Trovo il modo di salutarlo e di complimentarmi per l’impegno nella corsa. Non è un grande argomento, ma non ne trovo di migliori.
Saluto e salgo in auto con un certo sollievo.
Le vite degli altri sono sempre più belle quando le sceneggiamo noi.

Quello che dura per sempre

vecchiosaggioAntonello mica era del tutto sicuro di doverlo fare. Ma mancava qualche mese al suo matrimonio e aveva tanti giorni di ferie arretrate. Ferie per cui il capo gli ripeteva meccanicamente di prendersele, di azzerare, di non obbligare la ditta a metterle a bilancio. Salvo poi storcere il naso perché il periodo scelto non era proprio compatibile con le strane liturgie aziendali.
In più, pensava, chi può dire quali saranno i tempi e gli equilibri di quel dopo che si avvicinava.

Voleva tornare da quel vecchio saggio che aveva incrociato durante una escursione in montagna. Quella volta ci era andato con amici, attrezzato per la gita in compagnia, per niente pronto al silenzio e all’ascolto.
L’incontro casuale con quel personaggio strano gli aveva lasciato una sensazione fortissima.  Sensazione su cui aveva fantasticato molto negli anni seguenti. Chiedendosi a cosa fosse dovuto il ricordo profondo di quell’incontro. Se alle chiacchiere imprecise che aveva sentito nelle botteghe a fondo valle, dove lo chiamavano “il vecchio saggio” anche se al netto del troppo sole preso in faccia, avrà avuto sì e no una cinquantina d’anni. Oppure se la bellezza del ricordo fosse influenzato dal piacere di quella compagnia oppure al clima di epica soddifazione a buon mercato di quella camminata in costa oppure solo alla grappa di quota.

Perso per l’ennesima volta in quei pensieri non si diede una risposta precisa, ma aveva deciso la sua meta.
E a chi gli chiedeva dove sarebbe andato in quelle due settimane rispondeva vago “Ho deciso, camminerò.” Incerto, per primo, se il suo obiettivo fosse il cammino o arrivare dal vecchio (forse) saggio.
Decise di avvicinarsi da lontano, percorrendo una quarantina di chilometri al giorno. Avvicinandosi piano piano, concedendosi il tempo di pensare a niente e quindi al tutto. Di sentire il rumore dei propri passi. Di ascoltarsi.
Quando finalmente giunse nei pressi del rifugio lo vide là, seduto su un sasso dall’aspetto comodo, poco distante dalla cima addomesticata alla comodità umana.

“Sono venuto qui quattro anni fa. Ho del tempo da spendere. Sono venuto per stare un paio di giorni”
“Lo so” rispose in modo perentorio il saggio. E notando lo stupore eccessivo, chiarì “Qui non passano tante persone, mi ricordo di te e della tua faccia. Ricordo che abbiamo parlato, forse della montagna, non so. Mi fa piacere che qualcuno torni”
Aveva in quella voce un qualcosa di affascinante e universale. Che riusciva far passare in secondo piano quell’improbabile accento valligiano.
“Abbiamo parlato, quella sera di quello che dura e di quello che non dura. Fra un mese mi sposo. Sono convinto di farlo, ma volevo concedermi una camminata e una discussione su quello che nella vita è duraturo”.
Avrebbe voluto aggiungere un motivo, una ragione, per rendere solida la sua spiegazione. Era insoddisfatto del valore disgiuntivo di quel “Ma” pronunciato così vicino alla parola matrimonio. Però, lì per lì, non riuscì a trovare niente di consistente.
“Niente dura per sempre.” Sentenziò il saggio.
“Impossibile…” azzardò Antonello.
“Allora dai: trovami qualcosa che duri per sempre”

“Non so, quella quercia, quella all’inizio di questo sentiero. Mica viene spazzata via dal prossimo temporale”
Rispose il saggio giocando su un terreno noto “La quercia del bivio di San Genesio dicono che abbia quattro secoli. Quanto tempo durerà ancora? Cento anni? O fino al prossimo fulmine o al prossimo parassita?”

“Allora l’acqua di quel fiume. Scorre da sempre in fondo alla valle, vedi?”
“Ma se è quanto di più transitorio. Da qui sembra un nastro continuo, ma è fatto di gocce che si spingono per andare via. Cambia corso, forza, portata tracciato. E’ l’esempio di ciò che non resta”

“Allora questa roccia!”
“Questa roccia ti sembra eterna solo perché il tempo che consideri è troppo breve. Si sbriciola con la pioggia e il vento.”

Antonello cercò nel repertorio delle frasi granitiche “Allora l’amore, l’amore è per sempre.”
“Ma non vedi quante coppie smettono di amarsi? Non vedi che lo cerchiamo sempre, e non vogliamo mai convicerci delle tante prove della sua non esistenza?”
“Ecco: questo è infinito. La nostra voglia di credere all’esistenza dell’amore.”
Antonello distese i muscoli del viso in un grande sorriso, che si specchiò in quello opposto del vecchio saggio.

Non ne parlarono più.