vacanze

Lavoro, rispetto e carnivori

fainaaLe due famiglie ai tempi erano affiatate, a quei tempi. Facevamo vacanze assieme in campeggio d’estate. E quella volta siamo finiti in Trentino.
La parte della pizzeria in cui ci avevano messi a sedere aveva le pareti ricoperte di legno. Noi bambini, poco abituati a uscire la sera, eravamo elettrizzati da questa novità.
Il cameriere aveva dei baffetti chiari, che a noi di pianura sembravano non intonati alla sua età. Si è affacciato come un piccolo animale nervoso. Fiutava l’aria e noi ci siamo girati a guardarlo. Avendo tutti gli occhi addosso ha detto “Scusate, voi non sentite odore di bruciato?” E ha continuato la sua ricerca.
Anni dopo ho imparato quanto i popoli di montagna siano legati al legno. E quanto il legno sia legato al fuoco. E oggi quell’atteggiamento da faina allarmata non mi sembra così insensato.
Ma allora lo trovavamo spassosissimo. Tanto che, appena girato l’angolo, ci siamo messi a ridere e a imitarlo. In piedi sulla panca a fiutare l’aria. Io, mio fratello. Mentre nostra sorella, più piccola, ci trovava ottimi attori e rideva di gusto.
Dopo pochi secondi di quel teatro da due lire, mio padre ci guarda e ci dice: “Guardate che quel cameriere sta lavorando. Chi lavora va sempre rispettato. Sempre”.
Allora non abbiamo capito bene il senso della frase, ma da quel tono preciso e rispettoso abbiamo capito che l’insegnamento era importante.
Sono poche le frasi che mi sono rimaste in mente come quella. Ma ogni volta che sento parlare di lavoro e di rispetto mi viene in mente quel cameriere, il suo naso da carnivoro selvatico, la nostra risata da stupidi.
E quell’insegnamento semplice.

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Il turno di Pico

Federico col nonno sul trattoreL’anno scorso è toccato a Luca, il secondogenito. L’anno prima a Chiara, che aveva già sei anni. Quindi non dovrebbe sembrarmi così strano che Federico passi una settimana coi nonni, in campagna. Eppure.

Federico ha quattro anni e mezzo. Mi chiama “papo” anche se gli ho sempre detto di non farlo, che non amo le variazioni sui nomi. Lui finge di assecondarmi e va avanti come se niente fosse. Ha un carattere forte, deciso. Ha una bella dialettica. Sa spiegare il perché delle cose, con una logica talmente lucida che spesso stupisce gli adulti.

Io spesso lo chiamo Pico e lui è più tollerante di me. Anche con i diminutivi. Coi nonni ci sta bene. Li vede poco, abitiamo lontano. Per tutto l’inverno, al telefono non si è negato. Non è come il nonno, Chiara e Luca che sono allergici alla cornetta. Lui chiedeva novità, pianificava, invitava. Chiedeva, con insistenza, notizie del trattore e delle zucche.
Per Federico la campagna è una fotografia d’agosto. Pantaloncini, petto nudo, polvere, sole. L’umidità e le zanzare ci sono eccome, ma Pico ha altro da fare che lamentarsene. E nei suoi ricordi non lasciano traccia.
Così quest’anno lo abbiamo lasciato, Pico, dai nonni. A Pieve di Coriano, sul Po. Che è provincia di Mantova, ma solo sulle cartine politiche. Nella realtà è sulla statale 12 che da Modena va a Verona e poi al Brennero. Se ascolti la lingua, è una specie di emiliano, imbastardito dal veneto e dal lontano lombardo. Sillabe aspre, poche vocali sprecate, forme contratte.

Sto divagando. Lo so. Il problema è che lasciando Pico dai nonni, mi ha preso una strana tristezza. Lo devo andare a riprendere dopo una sola settimana, mica tanto. Ma pensare che il piccolino, persino il piccolino, ormai dorme così lontano da casa per una settimana, mi fa sentire il tempo che passa. Che scorre via. Mi fa sentire il rumore delle cose che non tornano.
Al mare avevo la forte tentazione di trovare dei motivi razionali per rimandare questo supplemento di vacanza. Ma ha prevalso la voglia di fargli trascorrere un po’ di tempo coi nonni.

Ieri mi ha raccontato, al telefono, che ha passato ore col nonno a preparare il posto per il trattore. Togliendo erbacce da un orto, se ho capito bene. E che adesso è aiutante trattorista scelto. E di non dirlo ai suoi fratelli, che potrebbero soffiargli l’ambitissimo riconoscimento.

Oggi ho pianificato il viaggio di ritorno. Vado la prossima fine di settimana, come previsto.
Ma quando alla fine ho stampato i biglietti, ho provato un leggero senso di sollievo. Non so perché. Come se con Federico andassi a riprendermi un po’ della mia spensieratezza.

Aspettami, Pico, che il papo arriva.