umorismo

Paola e Debora senza acca

sprintPaola e Debora senz’acca erano due ragazze dell’età peggiore che una ragazza possa avere: il baricentro del periodo teen-ager.
Giocavano a pallavolo nella Sprint, una squadretta senza tante pretese, ma con una bella maglia bianca con i numeri scritti in verde. Di un poliestere così scarso da assorbire l’odore umano in un minuto, per poi rilasciarlo negli anni a venire.
In quegli anni io giocavo a pallavolo in una squadra altrettanto scarsa e, per non disperdere il mio talento di perdente, il lunedi e il giovedi allenavo la Sprint.

Se tralasciamo il lato sportivo, posso dire che è stata un’esperienza molto formativa. Come può essere formativo fare un campo di scavi archeologici in agosto o coabitare con un domatore di pulci o passare un trimestre nella legione straniera.

Le insicurezze di queste più o meno sedicenni, più o meno brufolose, si catalizzavano verso qualsiasi essere in grado di rivolgere loro la parola. Qualsiasi indicazione, anche sulla posizione da tenere in campo, veniva vissuta come una insostenibile privazione dei diritti civili. Un complimento fatto a chi segnava un punto difficile veniva letto seguendo logiche molto più astruse di quelle che muovevano i pigri sceneggiatori di Beautiful.

Paola e Debora senz’acca arrivavano agli allenamenti assieme. Sempre con quei cinque minuti di ritardo. Non ho mai capito se fossero amiche o solo vicine di casa. Quello che le univa era lo stesso medio talento per la pallavolo. In linea con il resto della squadra, del resto.
Quello che le divideva profondamente era l’approccio verso la vita.
Debora senz’acca era ostile verso tutto. Non era brutta, aveva un viso e un fisico normale. Ma era perennemente arrabbiata e ostile. Forse è tipico di una ragazza di quell’età, ma lei toccava punti estremi. Avevamo ipotizzato che, se fossimo riusciti a farle tenere un litro di latte intero in braccio per cinque minuti, quello si sarebbe trasformato in yogurt. Tanto era l’acidità che sprigionava. Ogni cosa che le si diceva era un’offesa personale.

Paola invece era sorridente e simpatica. Qualche centimetro più bassa della compagna, era sempre disponibile ad ascoltare un consiglio. In campo dormiva. Noi che la guardavamo dalla panchina non abbiamo mai capito se stesse sognando, se avesse i riflessi di un bradipo sotto metadone o se fosse solo impacciata. Spesso abbandonavamo i gesti tecnici da panchina seria: “Due, alza in zona due!” e adottavamo gesti da veri cialtroni. Ci stropicciavamo gli occhi e mimavamo una tapparella alzata dicendo “Buongiorno Paola, quella palla era tua! Abbiamo dormito bene?”

Qualche giorno fa per un lavoro che sto preparando mi sono trovato a riflettere sulla definizione di umorismo. Alla fine non ne sono uscito con una formula soddisfacente, sto ancora identificando gli ingredienti. Ma tra gli ingredienti io ci metto questo atteggiamento di Paola verso la vita. Una apertura che non è essere spiritosi. È mettersi allo stesso livello di chi ti parla. E’ apertura, è ascolto.  Senza questo ingrediente non c’è niente che risulti divertente. Senza questo ingrediente siamo tutti Debora senz’acca.

Io voglio essere circondato da gente pronta a diventare Paola. A sorridere, ad ascoltare. E non importa se la palla ti cade venti centimetri davanti ai piedi.
(Cazzo era tua! Svegliati Paola!)

Podismo e matrimonio

mizunoCerco di parlare a mia moglie del mio allenamento. Anche se so che non ama la corsa. E tanto meno ama che io gliene parli. Tollera la corsa, ma non le chiacchiere che vorrei fare.
A volte sembra proprio che non ci capiamo.

Provo timidamente ad attaccare discorso: “Io oggi, come da programma,  mi sono messo le mie Mizuno Wave Fortis 5, quelle bianche con le finiture rosse e gli inserti catarifrangenti, hai presente? E poi ho fatto i miei 12 km a ritmo medio, seguendo il programma di allenamento che ho adottato”
E lei: “Io invece ho aiutato Federico a mettersi le scarpe, quelle con le stringhe, insegnandogli a fare il fiocco da solo. Ho detto agli altri due di mettersi le scarpe. Ho ripetuto la richiesta. L’ho ripetuta ancora, ogni volta aumentando il volume e inasprendo le pene minacciate. Visto che c’era uno sprazzo di sole. Mi sono infilata il primo paio di scarpe che è crollato dalla scarpiera e siamo usciti. Senza programma.

Io ci riprovo, cercando contro ogni logica una sua adesione:
Poi sono andato su quella salita, lì davanti alla scuola. E ho fatto cinque ripetute. Salivo di corsa e scendevo lentamente.
E lei: Poi ho messo sul soppalco gli scatoloni del cambio di stagione. Ho dovuto fare cinque giri. Salivo sulla scala e scendevo sulla scala. Ripetutamente.

Insisto, fingendo di non sentire la sua perplessità:
Alla fine dell’allenamento ho fatto un po’ di stretching. Qualche stiramento per non accumulare le tossine.
Mi sento rispondere:
E poi alla fine di tutto ho stirato un po’. Perché non sopporto di vedere i vestiti accumulare nella cesta.

Niente, vedo che non mi vuoi sentire. Vedo che non vuoi condividere le mie passioni. Come sei insensibile: è proprio vero che il matrimonio è la tomba del podismo!

L’illusione di capire le donne

confrontoCerto, lei è brillante. Ha qualcosa di magnetico. Qualcosa di nascosto così bene che neanche io capisco dov’è il trucco.
Ma io mica mi faccio incantare, sai?
Io ne ho visti tanti di prestigiatori. E anche se non saprei rifarlo, intuisco sempre dove è nascosto il coniglio, da dove esce chi sparisce, da che parte guardare quando prende la bacchetta magica.
Ma con lei no, non ci riesco.

Lei racconta cosa raccontare alle donne, quali frasi scegliere, quali evitare.
La leggo. La rileggo, cercando il trucco ma niente. Niente. Ma lo strano è che leggendo finisco anche io per diventare l’insetto goloso che poggia le zampette su quell’acqua e zucchero. E ci resta attaccato. E ancora non pensa a quando vorrà spiccare il salto, andarsene. Adesso si bea di quell’acqua e zucchero.

Insomma, passata la carovana chiassosa del suo post, con tutto il codazzo di fan adoranti, volevo dire la mia sulle frasi giuste per parlare alle donne. Non so perché, non so per chi. Non certo per dimostrarmi capace.
Solo per provare, senza farmi troppo vedere,  quei giochi di prestigio fatti di persone e parole.

Io penso che quello che fa la gradevolezza di una persona, di una donna soprattutto, sia la bellezza.
Ma attenti: non solo la bellezza reale di una donna. Anche quella percepita dalla donna stessa.

La donna bella che si sente bella si pone su un piedistallo. La conquisti paragonandola alle altre. Non le interessa tanto essere considerata, le interessa la classifica avulsa. I risultati degli scontri diretti. Non usare mai frasi relative, come “sei tra le più belle donne che abbia mai visto”. Così la fai sentire in zona UEFA ma non matematicamente la vincitrice. Usa frasi anche meschine ma che non mettano in discussione la leadership. Se più bella di un quadro di Van Gogh. Ma se è bionda va bene anche il paragone con una pennellata di Van Basten, tanto non se ne accorge.

La donna bella che si sente brutta è la migliore. Un semplice “Sei bella” è efficacissimo, ma solo se fa breccia. Se non si infrange contro quella ragnatela di sospetto che la insicurezza ha tessuto negli anni. Questa è la donna ideale perché combina la volontà di essere accettata (che ne fa persona gradevole e disponibile) con la gradevolezza estetica (che ne fa gnocca non chalant). Unico rischio è l’effetto contagio. Se ci facciamo convincere da lei che è brutta, ci sembrerà brutta. E la tradiremo con le shampiste tinte, ma tinte bene: senza ricrescita.

Se sei brutta e ti senti bella hai dei problemi seri. La tua supponenza ti farà negare l’ipotesi che qualcosa dell’aspetto proprio non va. Ma non ammettendolo seguirai le mode più ridicole e audaci. Lembi di pelle scoperti contro ogni pudore, leggins che fasciano sfasciando l’appetito dei passanti. Nei giorni di festa escono sfidando le normative edilizie comunitarie, rischiando ad ogni angolo di essere derubricate a ecomostro.

Per le donne brutte che si sentono brutte va aperto un ulteriore sottocaso. C’è la piccola fiammiferaia remissiva (tanto sono brutta e non mi si piglia nessuno). Con questa donna bisogna usare piccole frasi gentili. Come “hai un naso interessante” o “hai un profilo coraggioso”. Evitare il naso importante e profilo aquilino, visto che la donna brutta legge molto e tende ad annoiarsi, dopo la ottantesima volta che sente certe locuzioni. “Hai capelli rari e preziosi”. Oppure “Non ho mai visto nessuna col tuo aspetto”. Senza essere troppo precisi. Senza dire “Non ho mai visto nessun mammifero o rettile col tuo aspetto”.

L’ultima categoria è la testa di cactus. E’ brutta, si sente brutta, ma rifiuta qualsiasi confronto con la realtà. Sfoga il suo senso di inadeguatezza con frasi acide e taglienti. Questa donna astiosa non va conquistata, va semplicemente avvicinata per estrarne siero antiofidico a km zero. Se volete conquistarla fatela sentire normale. Anche con una frase che nessuno le ha mai detto come “Scusi, per piazza Cavour?”