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Quelli che pescano i siluri

tugninoNon oggi, ma un giorno vi voglio raccontare dei tedeschi che vanno a Revere per pescare. No, ma è incredibile! Centinaia di chilometri, ore e ore in macchina, di Brennero, di statali per fermarsi a Revere.
Revere è sul Po. Ha un bel castello, una bella chiesa barocca, una torre insignificante, ma che guai a parlarne male ai reveresi.
Revere è un paesino agricolo. Nel giro di un’ora puoi visitare città addormentate nella pianura umida. Mantova Verona Modena Reggio.
Ma Revere non è un posto turistico. Non è assolutamente un posto turistico.
Ma da qualche decennio è spuntato un campeggio. Prima di tende. Poi, piano piano, di baracchette di legno.
E’ in quella stretta striscia di terra tra l’argine e il fiume. Di fronte alla centrale elettrica di Ostiglia.
Una qualche geniale agenzia di viaggio tedesca porta decine di tedeschi, tutto il tempo dell’anno, a bere birra poco pregiata e a pescare ancor meno pregiato.
Perché adesso il grande fiume è invaso dal Siluro del Volga. Una specie di stupido, poco combattivo e enorme pesce gatto. Viene dal Volga e qualcuno lo aveva messo nelle cave artificiali per un qualche assurdo progetto di “pulizia” dei pesci minori. Finito nei corsi d’acqua italiani li ha infestati mangiando tutto quello che trovava.
I tedeschi, che qui chiamano con un po’ di affetto tugnini, prendono esemplari che quando sono fotografati sono più alti del pescatore.
Ma vuoi perché non lotta, vuoi perché ha soppiantato i pesci pregiati della loro gioventù, i vecchi non lo amano. Neanche un po’.
I tedeschi non danno fastidio a nessuno. Sono rispettosi, silenziosi, ordinati. Hanno in dotazione barchette verdi, basse e lunghe, tutte uguali. Un motore da pochi cavalli che basta per portarli lontano qualche centinaio di metri. Piantano le loro tende tutte uguali appena approdati sul limo della riva. Qui piantano puntacanna e culoni sulla riva. Solo allora, dopo tutte queste procedure preparatorie, estraggono i loro enormi termos e cominciano a pescare. In media è passato così tanto tempo che un mantovano si era già rotto i maroni della preparazione. Ma i tugnini sono precisi e si sentono di fare le cose per benino.
Si vestono come se dovessero andare in Cambogia. Anzi in un parco tematico su un Vietnam hippie. Anfibi, braghe di mimetica, maglietta colorata abbinata solo con la loro fantasia. Magliette che, per dire, qui non le useremmo neanche per imbiancare. Cappelli di tela con la tesa larga e un cordino appeso sotto il mento. Ma lo hai visto che qui non tira un filo di vento neanche a pagarlo? Mettiti l’autan, tugnino! che qui non trovi i vietcong, ma le zanzare quelle sì.
Quando faccio un giro in golena quasi quasi mi mettono imbarazzo. Sono lì belli tranquilli credendosi nel delta del Mecong e io gli passo di fianco con le infradito. Mi sento quasi un invasore. Tranquillo tugnino, vai pure avanti a giocare, noi tiriamo diritto.
I vecchi, quando passano sull’argine per pascolare la graziella, si fermano a guardare questi strani campeggiatori con la pancia. Ridono sotto i baffi. In un modo così sadico e sottile che dal di fuori non si nota neanche se li fissi. Riprendono a pedalare. Brontolando contro qualcosa di indefinito.
Penso che anche noi, quando viaggiamo e ci sentiamo veri viaggiatori, rischiamo di fare la stessa figura. Ma forseno, non lo voglio sapere. Non voglio rovinarmi la suggestione di un viaggio che pensavo speciale.
Ciao tugnino, hai preso qualcosa oggi? Stai pure, divertiti.

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Elena si specchia

visitaScendendo dal minibus, Elena si gira per specchiarsi nei vetri scuri. La sciarpa che ha preso il primo giorno le sta bene: la usa un po’ come foulard, un po’ come sciarpa, un po’ come turbante. Uno dei lembi le cade in modo elegante sulla spalla lasciata nuda da questa camicia bianca smanicata. Più sotto un paio di pantaloni larghi e ancora più sotto i sandali impolverati.
La lacca blu scuro delle unghie dei piedi è sbagliata, in un posto come Petra. Fa troppo contrasto con quella sabbia, con quella storia. Ma Elena non ci fa caso.
Pensa che quando ha consultato le guide si era immaginata un caldo più fastidioso. Caldo è caldo, ma senza umidità risulta anche sopportabile. Il vento invece non c’è. E lei lo aveva visto, su quelle foto senza vegetazione. Doveva esserci ma oggi non s’è presentato.
Elena guarda queste costruzioni, scavate nella roccia ed è felice che la facciano sentire così piccola.
Tutta questa storia, tutti questi secoli, tutto questo lavoro di anni e di uomini davanti a lei. Per lei. Era questo il posto che serviva per fare un po’ di chiarezza in questa vita che sembra non andare secondo i piani.
Forse – pensava – in mezzo a tutto questo silenzio i miei pensieri arrivano più nitidi.
E adesso è lì, Elena, che respira quest’aria calda. Segue l’italiano strano di una guida del posto. Intanto pensa ai cassetti da chiudere, alle porte da aprire.
Un attimo e si mette la sciarpa sulla bocca, come per filtrare l’aria, come per proteggersi. Resta solo un attimo indietro da quel gruppo poco silezioso.
Ma poi riprende il cammino.

Citronella & Diavolina

“No, ma il campeggio è bello.” “Per i bambini, saprattutto.” “Sai che esperienza unica per loro, è vivere a contatto con la natura” “Eh ma il campeggio è vero campeggio solo se si va in tenda”.
Chi pronuncia queste frasi ci mette sempre tutti gli ingredienti. Tutti tutti. Campeggio, tenda, bambini, natura, libertà.

Il problema è che di fronte a questi scenari paradisiaci, (noi genitori con un istinto blandamento selvatico) ci perdiamo. E con lo sguardo in alto perdiamo di vista il nostro interlocutore. E dopo qualche frase incoraggiante li vediamo già,  i bambini sereni e sorridenti che giocano rilassati. E ci sembra di sentirlo il caldo “che si può stare in costume fino a sera” e “che non mi ricordo più l’ultimo giorno che ho messo scarpe chiuse” e che. E che e che.
Ma se fossimo più cauti, se non avessimo tolto lo sguardo dai nostri illuminati consiglieri avremmo senz’altro notato che parlano di campeggio, tenda, bambini, natura e libertà. Ma nessuno di loro ha mai una esperienza diretta di tutti e 5 questi elementi. Ne conoscono al massimo tre. Più spesso due o meno.
Chi dice quanto è bello il campeggio per i bambini spesso non ha figli. O non ha la tenda. O è andato in campeggio in bungalow quando non aveva figli. Ma noi, incautamente ci siamo affidati ai nostri sogni e all’ambizione di vedere i nostri bimbi vivere nella natura come piccoli Robinson felici. E siamo partiti.

A dirla tutta dall’inizio: l’esperienza è stata piacevole e assolutamente da rifare. Ma sento l’esigenza di scrivere quello che i consiglieri non vi diranno mai. Non per reticenza: ma semplicemente perché non sanno.

Bagagli: sebbene d’estate si indossino circa 100 grammi di indumenti finiamo per portarci 100 kg di tessuti solo per riempirli di grinze e di frammenti di foglie secche. “ma il golfino di cotone per la sera non lo posso lasciare a casa…”

Zanzare: se si va in un posto caldo, le zanzare lo hanno già colonizzato. La sera si alzano nubi di citronella che spaventano i gabbiani. Sembra di stare sul gange a vedere gli inutili riti di tutte quelle indispensabili candele gialle.

Teli murari: visto che i muri delle tende sono di tela, visto che i campeggi sono spesso un reticolo di piazzole vicine, se si è circondati da gente poco educata si è costretti ad ascoltare i loro discorsi (anche in tedesco, olandese, ungherese, milanese) fino a tarda notte. I campeggi in teoria hanno un’orario per il silenzio. Ma il “tutto esaurito” porta i padroni del campeggio a passare le serate a contare i soldi, più che a girare tra le piazzole e chiedere il rispetto delle regole. E l’uomo vacanziero, spesso, aveva il bagaglio così carico che l’educazione proprio non ci stava.

Barbecue: il campeggiatore pigro pensa al campeggio come a un posto dove farsi grandi mangiate di carne e pesce. Rigorosamente ai ferri. Perché è più naturale. Poi nella realtà si scontra con legna che non prende fuoco e carbonella umida. E ricorre alla famigerata diavolina. Quando si fa sera, si alzano folate di diavolina che fa profumare la pineta marittima come un deposito aeroportuale di kerosene.

Ma se si impara a convivere con zanzare, bambini insonni, animatori insulsi di baby dance, sovraffollamento agostano, poi il campeggio è bello. E si può gustare anche la poesia di un tramonto, assorti un una nuvola di citronella e diavolina.