tisana

Il sibilo del bollitore

bollitoreAspetto. Aspetto il sibilo. Per me il sibilo del bollitore è musica.

L’ho riempito al massimo e l’ho messo sulla fiamma più larga. Tappando il beccuccio con quel tappo che, quando è ora, sa fischiare. Aspetto sempre all’ultimo momento per scegliere la tisana. Come per lasciarmi una sorpresa. Spesso poi non faccio una scelta netta. Ne faccio due di tisane. Distinte. Come se fare due scelte equivalesse a scegliere di più.  Ma questo è un difetto che mi porto appresso da sempre. No, non quello di farne due. Quello di non saper scegliere.

Ma poi arriva il momento in cui senti che comincia a bollire. Ed è un momento bello.
Ti gusti l’attesa di quel vapore che presto porterà nella stanza il profumo di chissà cosa.
È bella questa attesa, proprio bella. Perché ogni volta è nuova. E voglio quasi essere preso alla sprovvista. Tanto che spesso torno a fare quello che stavo facendo, dimenticandomi per qualche minuto del gas, del bollitore, dell’attesa.
Ma quando la sirena del bollitore comincia a fischiare la sua nota sola, sempre più forte, sempre più insistente, sempre più disperata, allora corro. Corro come un bambino va a scoprire cosa c’è sotto l’albero di Natale. Corro come un innamorato che sente il campanello della bici del postino. Corro come un cane che torna dal padrone.

Poi non importa se ho scelto tè verde o karkadè o finocchio o quale altro miscuglio. È l’attesa che termina con quel fischio quello che mi fa amare la tisana.

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Sedimentare

Sono stanco. Ho dormito troppo poco, gli ultimi giorni. Ho disordinato col mangiare. Col bere. Ho preso acqua. Nelle scarpe quella. Sai cosa? Adesso mi faccio una bella tisana, prima di andare a letto.
Nel catalogo delle parole che ho imparato, però, le pagine di tisana, decotto, infuso sono incollate. Probabilmente ho rovesciato sopra un po’ di camomilla. Le confondo. Cerco di focalizzare quale fosse quella con l’acqua bollente, quale quella che si mantiene in ebollizione, quale… Non importa.
Apro il pensile della cucina, quello a sinistra. Scelgo. Alla fine è un mix digestivo e rilassante. O almeno questo è quello che promette la confezione. Anice, liquirizia, menta.
L’ho scelta perché non ha bustina. Mi piace vedere in sospensione queste erbe, queste radici, queste foglie.
Ho scaldato la tazza con un po’ d’acqua bollente, subito buttata.
Poi un cucchiaino. Subito acqua bollente. Ho scelto una tazza di vetro, trasparente.
Mi piace vedere i gorghi che fanno impazzire, verticalmente, le essenze.
Vapore, profumo. Il dolce della liquirizia. Subito arriva quello. Anice poco, per fortuna. La menta arriva dopo, lo sapevo. La sentirò nel retro del palato, in fondo.
Vorrei berla subito. Scotta.
Ripenso alle ultime giornate. A tutto. Scotta. Scotta ancora.
La guardo, con le spire che si stanno fermando.
Meglio fare sedimentare.
Lascia il suo colore, infonde. Insaporisce, scambia contenuto.
Meglio fare sedimentare. Difficile fermare la fretta, non scottarsi, difficile. Sono un bambino che ha fretta. I turbini si fermano. Quasi svuotate le foglie secche. Adesso sono poco più di cellulosa cotta, macerata.
Meglio fare sedimentare. Infondere. Capire con calma. Senza gridare, senza dire. Aspettando.
Meglio fare sedimentare. Sedimentare.