tablet

Vederci lungo

esame vista

Ma certo, i bambini alla visita oculistica ce li posso portare io. Basta che prendi l’appuntamento presto, anzi prestissimo. Sì, alle otto e mezza va bene.
Queste parole me le ricordo bene, perché due mesi dopo, nel pieno della congestione lavorativa di fine trimestre ho cercato di dimenticarmele per poter incolpare qualcuno per quell’appuntamento preso nella settimana sbagliata, nel giorno sbagliato, nell’ora sbagliata. In più, per colpa di qualche collega bradipo, tutto il contratto a cui stavamo lavorando ha dormito in un cassetto per quattro giorni per svegliarsi mirabilmente alle sette della sera prima dell’appuntamento. Quindi ho passato il giorno e parte della notte precedente in una specie di congresso del PD, dove le parole d’ordine sono emergenza e urgenza e poi alla fine vogliono parlare tutti e si fa mezzanotte senza avere detto niente.
Adesso mi trovo nella sala d’aspetto del reparto oculistico dell’ospedale, come da appuntamento. Anzi: mezz’ora prima del primo appuntamento. Già da un’ora sono qui per passare alla cassa e regolare la mia ansia di far tardi al lavoro e gestire i turni di gioco con il tablet. I piccoli pazienti non tengono fede al loro ruolo. Sembra invece che abbiano un prodigioso orologio atomico nel cervelletto. Appena mi incanto per dieci secondi dicono “Ma non sono passati i suoi cinque minuti? Ma non tocca a me?”. E a ogni cambio turno si apre una trattativa sindacale di partite che devono finire, di disegni da salvare, dai livelli da completare.
Passa il tempo e l’infermiera con ciabatte di gomma e ricrescita regolamentare ci avvisa calma “Stamattina c’è una riunione, non si sa quando iniziano le visite. Comunque siete i primi”.
Ripesco un po’ di buone maniere da chissà quale impronta genetica e sorrido dicendo un grazie che sembra persino credibile.
Cerco di gestire il cambio turno con il tablet e di lenire la noia crescente.
Passano i minuti e il trio si fa impaziente. Si alzano in continuazione dalle sedie in finta plastica e mentre uno passa gli altri si improvvisano calciatori professionisti e fanno sgambetti preterintenzionali. La tensione sale. La sala si riempie piano piano di vecchi che ci vedono poco. Non pensavo che tutti questi anzianotti ci tenessero tanto a vederci bene. Forse retequattro ha cambiato annunciatrici.
Passa il tempo, l’indicatore della pazienza non lampeggia più: è rosso fisso.
Torno dalla infermiera all’accettazione. “Guardi, siamo qui da un’ora e mezza. Non eravamo i primi?”
Lei, con mestiere, “Sì i primi ma bisogna vedere di quale delle tre file”.
Brontolo qualche consonante slava, ma riesco a non essere sgarbato con lei.
Vado a raccogliere Federico che dalla noia è scivolato sul pavimento come un asciugamano asciutto messo su una sedia liscia.
Pochi minuti e l’altoparlante dice il nostro numero e la sala visite.
Mi raccomando per l’ultima volta di essere educati e di stare composti. Cerchiamo in fila la sala numero 45.
Inizia la visita. La dottoressa dimostra l’età di mia mamma. Dai modi invece, direi che ha l’età di mia nonna. Un garbo ottocentesco un po’ impettito.
Uno alla volta rispondono una fila di E P V T, no era una F…
Prendono posto sulla sedia del paziente e fanno gli stessi esami.
Va tutto bene bene, un leggero difetto è persino regredito.
Dopo un po’ Federico le dà del tu e io lo correggo. Cercando di passare un rispetto del ruolo, più che dell’età.
Riprende la visita e la fila di E H M I O P Q
Chiara è garbata e ha stranamente i capelli in ordine. Il grembiule bianco sotto la felpa. Fa la signorina, quella che ci tiene a fare bella figura.
Luca è un po’ distratto e legge male qualche lettera. Viene richiamato all’attenzione. Un leggero difetto regredisce e siamo tutti contenti.
Federico compensa le lettere sbagliate con i sorrisi giusti. Si rivolge poi alla dottoressa dandole del lei e, prontamente, lei me lo fa notare “Vede come è bravo? Ha capito subito”.
Continua: “Qui vengono tantissimi bambini poco educati. Volevo complimentarmi con voi, bambini. Riferitelo alla mamma eh. Fatele i miei complimenti”. Poi, dopo mezzo secondo, aggiunge un meno convinto “…e al papà, certo!”
Io gongolavo e ripensavo alla sala d’aspetto, alla cassa, ai turni per il tablet, alle telefonate di lavoro, agli sgambetti, al pavimento dell’ospedale, alla ricrescita dell’infermiera. E alla fine sono contento di essere entrato tranquillo e gentile nello studio.
Alla fine la dottoressa ha suggerito un esercizio per guardare da lontano e (cosa che ha confessato di non fare mai) li ha fatti salire su un rialzo, ha aperto la finestra e ha insegnato questo esercizio. Come fossero suoi nipoti.
Ha ripetuto i complimenti e ci ha congedati.
Alla fine la corsa per smistare i bambini pacco nelle rispettive scuole e la strada verso l’ufficio.
Riflettendo sul fatto che mia nonna diceva che invece di arrabbiarsi bisogna essere lungimiranti “Vederci lungo”, come diceva lei.
E che adesso questo insegnamento mi era tornato casualmente presente proprio nello studio dell’oculista.
Arrivo in ufficio tutto sommato in orario. Già stanco, ma soddisfatto.

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La maledizione del saggio di fine anno

Io posso sopportare i panettoni accatastati all’entrata del supermercato già prima della fine di ottobre. E posso sopportare di vedere i sorrisi soddisfatti di chi li prende in mano come una primizia dicendo con un sorriso iperglicemico “Guarda cara, è già Natale!”. Posso anche fingere di non vedere che chi pronuncia quella frase è ancora in t-shirt e infradito.
Posso chiudere un occhio sui regalini di Natale in ufficio. Anche se il giorno che nel bar sotto l’ufficio c’era il cartello Cioccolatini in saldo (per forza: stavano scadendo!) tutti hanno fatto incetta. E su ogni scrivania trovavi un gianduiotto agonizzante sul filo dell‘entro e non oltre che in confronto McGyver era uno che faceva la partenza intelligente.
Posso persino fingere di non vedere i Babbi Natale made in China appesi fuori dalle finestre, che con la crisi che c’è sembrano sgargianti topi d’appartamento sovrappeso.
Posso farmi andare bene gli amici che mandano  spiritosossimi SMS di auguri in stile-ciclostile, la stessa frase a tutti, in blocco. Perché hanno preso incautamente la Christamas Card e non sanno bene come sfruttarla.

Ma se c’è una cosa che proprio non sopporto di questo periodo, sono i saggi di fine anno a scuola. Che una volta, almeno, erano alla fine dell’anno scolastico. I primi di giugno ti toccava sorbirti quello spettacolino pietoso. Ma ti consolava il pensiero “Se poi non ci vado, tanto l’anno è finito, la maestra a settembre si sarà dimenticata chi c’era e chi non c’era…”. E con un po’ di destrezza si riusciva a saltare.
Ma adesso, secondo una estensione crudele del concetto di anno (e fine anno), vengono organizzati anche per la fine dell’anno solare.

Maestre che fino alla settimana prima si erano comportate come persone equilibrate, si ricordano delle velleità artistiche giovanili. Di quando sognavano di suonare, cantare e ballare in costumi luccicanti e attillatissimi. Di debuttare a Broadway, forse e di avere il nome sulla locandina, sotto la scritta CATS fatta di file di lampadine intermittenti.
Poi le cose sono andate diversamente. Il concorso pubblico invece del teatro, il precariato invece dei provini, i libri invece della sbarra. E questo andrebbe anche bene. Se non fosse che la parola “saggio di fine anno” risveglia questi sogni lasciati a fermentare in una scatola di scarpe, in cima a un armadio.
La infausta moda dei leggins, scelti rigorosamente di tonalità aggressivamente feline, contribuisce a fare riemergere tutta la mancanza di Cats (in senso buono, ovviamente).

Saggio di Natale!

I nostri figli vengono istruiti per settimane a recitare in rigoroso fuori sync poesie con rima baciata male. Vengono presi per interpretare Re Magi che arrivano prima del bambinello e non si capisce bene a fare cosa, visto che non c’erano le ecografie a quel tempo.
La musica è fastidiosamente troppo alta o fastidiosamente troppo bassa. Trovate voi la parola chiave.
Appena inizia lo spettacolo vengono sguainati una serie di dispositivi progettati per fare altro. Telefoni, tablet, citofoni, portachiavi. Tutto viene usato per fare foto. La cosa più odiosa è che tutti questi genitori esaltati alzano le braccia con un iPad come se fossero tanti piccoli Mosè che scendono dal Sinai brandendo le tavole della Legge. E a nessuno sembra importare del fatto che stanno riprendendo solo le mani degli altri genitori con altri tablet e altri telefonini.
Le nonne sono state ritirare dalla casa di riposo, vestite di fretta e portate al supplizio. Tanto sono sorde e non si accorgono se i nipotini stonano. In compenso, quelle risparmiate dalla cataratta, possono godersi lo spettacolo offerto dalla selva di arti superiori di novelli genitori che impalla la scena principale.

Se non siete lesti a trovare un posto defilato, vi capiterà di dover rispondere agli altri simpatici genitori. Quelli che sono lì come voi, ma che ci tenevano tanto a essere presenti.
Quelli che dicono “Come è bravo mio figlio, è quello lì. E il tuo qual è?”
(E io conto per non rispondere “Il mio è quello un po’ dietro, gli ho insegnato il valore della vergogna”)

O ancora: “Io il mio gli ho fatto fare i provini per fare la comparsa a Don Matteo 2, si vede vero?”
(“Non guardo gli sceneggiati in TV, ma io proverei per il cast del commissario Rex”)

O i superboni pieni di soldi “Gli ho pagato uno stage di improvvisazione allo Stabile, non capisco perché adesso è lì che piange!”
(“Non si preoccupi è il metodo Stanislavskij, si sta immedesimando in Pietro Maso”)

Le maestre più subdole hanno iniziato a cambiare nome ai saggi di fine anno, per depistare quelli come me. Le chiamano “Lezioni aperte” o “Open Lesson”. Non fatevi intenerire. Non è una lezione, non è aperta, non è facoltativa. E’ tutto maledettamente obbligatorio e coercitivo.

Alla fine, con un po’ di fortuna, cala il sipario. Chiudendo il palco e le vostre residue speranze di essere genitori di un artista.
Ma proprio quando vi illudete di poter dimenticare questo trauma suonano alla porta. E’ passata solo una settimana. E’ il solerte genitore del compagnuccio di classe sfigato del vostro erede. “Ho visto che sei arrivato in ritardo e ho pensato di farti una copia del DVD con la recita di Natale!”
“Grazie, buon Natale anche a te! (stronzo)”


Non per tirarmela troppo, ma il disegno originale è di Sabrina, sì quella di BuraBacio!
www.burabacio.it