struzzo

Grosso pennuto africano

grosso pennuto africano con la testa sotto la sabbiaÈ buio qui. È buio.
È un risveglio lento, intorpidito. Fatico a capire dove sono. È buio.
Mi sento uno strano vuoto in testa, la testa pesante. Poi piano piano comincio a ricordare. Metto a fuoco lentamente quel qualcosa di ostile. Una minaccia ancora indistinta. Che mi ha portato a infilare la testa sotto questa sabbia calda.
Noi della nostra specie abbiamo questa tradizione rassicurante. Un pericolo, una paura, una remora e ZOT! La testa puntata sotto qualche centimetro di terriccio.
Che poi, va detto: non è mica una pratica facile!
Le prime volte, se ti dimentichi di chiudere bene il becco, la bocca si riempie di terra. Perché la chiamiamo sabbia, ma è sabbia solo quando va bene.
Spesso è terra, o terriccio. A volte è dura come l’estate africana. Ma poi ti ci abitui non si sta poi male. Il sole non picchia forte in faccia e i rumori arrivano attutiti. Lontani. Acquosi.
Adesso, piano piano, inizio a ricordare. E più il ricordo si fa nitido, più il timore che mi ha portato qui, riprende vigore.
Non ricordo se fuori c’è un predatore che voleva aggredirmi, non ricordo neanche come questo esercizio potrebbe dissuaderlo. Ma lo hanno sempre fatto i miei simili e mi fido. Sento il cuore che batte più forte. Un’ansia crescente.

Perché sono nascosto qui? Una iena? Una tempesta di sabbia? Un incendio della savana?
O forse perché mi hanno chiesto se credo in Dio. Io? Ma che domande sono per un grosso pennuto africano? Mah!
O forse per non vedere lei, per non dover reggere il suo sguardo. O per fuggire a una responsabilità. O a una vergogna.

No ma poi la tirerò fuori, la testa. Per verificare se il pericolo è svanito.
La tirerò fuori. Con cautela.
Pronto a infilarla di nuovo sotto il suolo. Alla prima paura, al primo scatto.
Al primo dubbio.

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