spinta

Una spinta ancora, un giro ancora

ruota della fortunaVedi, il brutto è che dopo un po’ l’entusiasmo scema. Ci si abitua. Si perde di vista il senso di tutto e persino la grande fortuna di trovarsi qui.
A volte le esperienze peggiori, se riusciamo a non farci annientare, ci lasciano qualcosa di buono. Come il senso della straordinarietà del quotidiano. Che poi “quotidiano” e “straordinario” è una contraddizione, lo so. Ma me lo voglio permettere questo lusso.

Ti ricordi quella cosa di cui discutevamo?
Non so più come siamo arrivati a quel discorso, forse perché la catena di pensieri è davvero importante.  Ma ricordo bene che descrivevamo quell’immagine, quell’attimo.
L’istante in cui alla fiera di paese si fa girare la ruota di bicicletta usata come roulette dei poveri.
No, non la sequenza dell’estrazione. Non la vittoria, il premio, no. Solo quell’attimo dove il braccio del sessantenne in camicia di flanella imprime velocità alla ruota. Tititititiì. Che parte così forte da sembrare eterno. Ma tititititititì lo senti che rallenta subito. Gradualmente. Si fermerà, darà un responso. Ma allora non mi interessa più.
Mi interessa vedere le facce piene di sogni di tutti quelli che hanno un biglietto in mano, una curiosità negli occhi, un sogno nel cuore.
Lo stupore che ti mette il cuore in gola, la speranza tutta in un momento. Tutta.
E discutevamo (Ricordi?) di come sono speciali certi attimi. A saperli leggere. E di come sia difficile coglierli.
Non so cosa mi ha fatto tornare lì, a quell’immagine, a quella fiera, a quel tititì.
Non lo so. Forse la bellezza senza pudore di quell’attimo. Forse l’idea vaga che dovremmo avere davanti ogni momento lo slancio di quella ruota, di quel sogno. O forse solo la noia di una giornata caduta nel buio troppo presto.

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