sorpresa

L’importante è non bersele tutte

L’altro giorno sono andato in cucina e ho visto uno spettacolo preoccupante. Mio figlio Federico era seduto in penombra, al tavolo della cucina, e guardava con intensità un bicchiere di vetro. Nel bicchiere c’era un liquido rosso scuro, che lo riempiva fino a sopra la metà.

“Federico che cosa tai bevendo?”

“Niente: solo vino rosso.”

Il tono normale e rassicurante della risposta mi ha tranquillizzato per un secondo. Poi ho fatto mente locale e, tenendo conto dei suoi sette anni, ho risposto: “Cooome vino rosso?”
In un attimo mi sono passati davanti gli antenati dell’avvinazzato confesso: dei quattro nonni tre sono nati in Lombardia e in Veneto, dove una tavola non è apparecchiata se non c’è una bottiglia di vino. Mi sono visto Federico in un centro infantile per le dipendenze, lui con la sua bottiglia sempre abbracciata, magari addirittura in un sacchetto di carta, come i barboni newyorkesi…

“Ma no papà, guarda” (con sguardo consumato e un indicibile sorriso da furbo mi avvicina una bottiglia di plastica). La bottiglia di plastica era di un succo di frutta “mix ai frutti blu”. L’ho assaggiato e ho provato un grande sollievo. Fino a quando il millantatore mi ha detto: “Va bene che non è vino, ma non finirmelo!”

La cosa davvero singolare è che il giorno dopo mi hanno segnalato una specie di concorso. Per pubblicizzare i succhi di frutta Santàl si sono inventati una cosa singolare. Se ho capito bene deve essere una cosa del tipo “Mandaci il tuo spot, quello più bello lo usiamo”. Almeno: penso che sia così perché ho visto l’italica fantasia (come direbbero quelli di fascisti su marte) sbizzarrirsi e partorire di tutto.

C’è il video dello studente di lettere che si sente Kubrick. C’è il video dei ragazzi che “con questa idea vinciamo noi per forza”. C’è il video di quella che deve essere stata scartata mezza dozzina di volte alla selezione del grande fratello, la stessa che si trucca da panterona per andare al supermercato sotto casa.

Se vi interessano questi sono i link dei video vincitori del contest creativo, per consentirvi di farvi una idea precisa di quello di cui sto parlando (o almeno di traghettarvi al di là della noia di un pomeriggio estivo).

Primo classificato: Sweetday
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Secondo classificato: Effetto benessere

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Terzo classificato: Resplash – Santàl

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Nuova richiesta

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Se potessi prendere un centesimo ogni volta che qualcuno, al mondo, pronuncia un a determinata frase, non avrei tanti dubbi. Sceglierei la frase “in fondo non ci si conosce mai davvero”.
Un po’ perché c’è sempre qualcuno che, dai e dai,  se ne rende conto. Un po’ perché l’ho detta e pensata anche io. Ma abbandonando per un attimo i miei propositi di guadagni facili, oggi c’è una cosa che prima non c’era. La facilità di conoscersi.
Con questi nuovi strumenti siamo tutti più vicini. Nel bene e nel male. Siamo interconnessi, siamo attaccati, vicini sempre. Non dobbiamo più aspettare la metà del pomeriggio per andarci a sedere sul muretto dove forse arriva quella, dove forse passa quello, dove di solito si trovano quelli.

Quando mi arriva una richiesta di amicizia (locuzione irritante, ma che ormai è stata sdoganata) io la guardo come una sorpresa.
Da piccolo, a casa di mia nonna, c’erano scatole in cima agli armadi (o nei cassettoni dei comò) pieni di oggetti poco ingombranti e fondamentalmente inutili. Per me erano un tesoro. Probabilmente erano appartenuti a qualche vecchia zia morta da tempo o a chissà chi. Per me era una meraviglia continua. Bottoni, pezzi di ingranaggi, monete con i profili di re che han perso il referendum con la storia, sostegni di zampironi, santini ingialliti, sfere di cuscinetti, segnalibri, rosari, pennini senza più penne. Io poi non prendevo niente, ma guardare in quelle scatole era una gioia. Sembrava di poter leggere quelle vite lontane.Era un po’ curiosare un po’ scoprire.

Provo un po’ la stessa sensazione quando mi arriva una richiesta di contatto nei social network da uno sconosciuto. Guardo e cerco di farmi un’idea. Guardo quello che scrive, da dove viene, le foto che ha messo. Annuso ciercospetto. Un violoncello, il pane coi semi di papavero, una foto brutta di un bellissimo pupazzo di neve che ha per occhi delle bacche stellate, un papà coi mocassini chinato di fianco a una bimba coi capelli tagliati in casa, una pila ardita di sassi in equilibrio, libri chiusi, libri aperti, librerie, scarpe buttate in un angolo dopo una corsa, raggi di ruote di biciclette da usare di sabato, Clarks’, un piede che punta il soffitto avvolto in calzini a righe, posti che a qualcuno devono aver detto qualcosa.
Poi richiudo la scatola e non prendo niente, ma mi piace questa sensazione.

Il volo sospeso della farfalla

macaone

Sì è vero, io sono quello che odia le sorprese. No, sono sempre quello: non ho cambiato idea. Le sorprese mi infastidiscono ancora. Ma oggi per un attimo sono rimasto sospeso. Rapito da una sorpresa che mi ha riempito di una gioia semplice.
Mi è successa una cosa del tutto naturale, ma che, a guardarla con con la messa a fuoco macro del nostro egocentrismo, sembra una cosa del tutto speciale.
Mi si è posata una farfalla sull’avambraccio. Ma non una farfallina azzurrino pallido da inizio primavera. Non una di quelle che chi ara prato dopo prato prima di mettere i semi tardivi a dimora, finisce per far volare controvoglia. Era proprio un Macaone. La farfalla più bella, tra quelle che conosco per nome.
Ce l’avevo lì. Sul braccio, sul mio braccio. Non era una pagina di un manuale di lepidotteri, era lì: lì con me.
E io ero sospeso in quella sensazione di infantile abbandono. Come se mi stesse raccontando qualcosa di sé. Un qualcosa che mi sembrava di poter intuire. E la tentazione di avvicinare l’altra mano, di cercare un contatto impossibile era fortissima. Una mano, anche solo un dito, un contatto per dire quel “Lo so che esisti, lo so che ci sei”.
E non mi spaventa molto l’assurdità di questa sensazione e la mancanza di pudore nel raccontarla.
E di raccontare che a vederla da vicino non c’è solo il giallo e il nero. C’è anche un riflesso blu vicino a quel nero. E macchie di rosso che non sospettavo. Da un lato questa scoperta mi spaventa: mi allontana dallo schema rassicurante che avevo in testa. Dall’altra mi regala la insperata sensazione di imparare qualcosa di nuovo. Qualcosa di bello, qualcosa da cercare di non scordare troppo presto.
E provo una vertigine se penso a quanto sarà breve questo momento. Ma scuoto impercettibilmente il capo, come a voler sciacquare via quel pensiero. Io adesso sono qui e mi godo questo spettacolo.
Faccio fatica a non allungare il dito verso tutta quella primavera riflessa nelle ali. Ma sai che tutta quella storia della polverina, che se la tocchi poi rovini tutto e non si vola più…
E io sono fermo in quel momento. Fermo. Così rispettoso che per un po’ non me ne rendo conto e trattengo il respiro. E mi godo la farfalla sull’avambraccio. Illudendomi di trovare il modo per darle un po’ di riparo da tutto questo vento.
E forse non importa se quell’attimo non è ripetibile, né poco sia destinato a durare.
Io adesso sono qui.