soprusi

La fiat Tipo senza le cinture

Cosimina

 

Quel giorno avevo addosso qualcosa di strano. Forse era solo un senso di attesa, un’inquietudine leggera. Ma di sicuro dalla vetta inaccessibile dei miei sedici anni non avrei saputo definirla così come solo oggi mi azzardo a fare.
La voce di mia mamma mi arriva con tono indaffarato dalla stanza accanto “Mettiti la gonna blu, non i tuoi soliti pantaloni, dai”. Indecisa tra pantaloni e gonna non potevo sapere che quel pranzo a casa della zia Cosimina avrebbe cambiato la mia vita per sempre.
Anche se seduta sui suoi ottant’anni e su una sedia a rotelle, la zia Cosimina era una donna dolce e decisa. Era come una nonna per me. L’adoravo nonostante l’imbarazzo che mi procuravano i suoi baci resi ispidi da quegli odiosi baffetti da vecchia che mi elargiva ad ogni nostro incontro.
C’eravamo noi, arrivati a Genova dall’hinterland di Milano (come si chiamava allora la periferia brutta). Da Baggio con la fiat Tipo di papà al completo: due genitori e noi tre figli. La famiglia tipica di chi dopo il boom economico crede che le cose andranno sempre meglio. E a pensarci bene anche quella macchina (al di là del facile gioco di parole) era la macchina emblematica di quella famiglia. Una fiat Tipo senza cinture, comprata perché si deve, senza troppi calcoli.

Nel periodo di Natale la riviera ligure di ponente è particolarmente fredda, ma non abbastanza da scoraggiare la rimpatriata del nostro clan di trapiantati al nord. E tutta la sua famiglia vedeva nella zia Cosimina l’unica credibile fonte di calore da cercare per Natale. I suoi acciacchi accumulati negli ultimi anni avevano reso inevitabile che ci spostassimo noi, verso di lei. E in quella casa cercavamo più o meno consapevolmente un po’ di quel calore lasciato chissà dove e chissà quando al sud. Le tavole imbandite, i pranzi che arrivavano ben oltre i supplementari, la frenesia alimentare seguita da un vero e proprio stordimento da cibo erano sensazioni note. E forse persino desiderate. Pranzi infiniti che duravano più delle ore di luce. E alle sei di pomeriggio ti trovavi completamente sfatto, con i pantaloni sbottonati a supplicare le donne di casa di contravvenire alla loro natura, di non cucinare anche per cena, di dare tregua. Ma niente poteva placare la voglia delle donne del sud, mia madre compresa, di coccolare tutta la famiglia.
E il cibo in questa logica era solo uno strumento. Le regole del branco erano conosciute da tutti, anche se nessuno le aveva mai formalizzate. Si cucinava prima pensando ai mariti. Poi pensando alla progenie. E non importa se hai appena finito di pranzare e se pesi già troppo. Devi crescere. E poi è Natale. E a Natale si deve mangiare bene e crescere. Questa imposizione femminile trovava dei capi branco per niente ostili.  Ricordo i chili di frutta secca, ricordo le torte della zia Sara, ricordo il tacchino ripieno e i biscotti al miele della zia Nina. Il vero legame che ci univa non era in realtà quello della parentela ma era il cibo: ci si svegliava al mattino, si faceva colazione e già si pensava a cosa cucinare per pranzo; si arrivava al pranzo facendo qualche spuntino qua e là e alla cena, se si sopravviveva, ci si arrivava strisciando; allo spuntino di mezzanotte. Per ricominciare la stessa liturgia il giorno seguente.
Ricordo le risate grasse degli zii e i giochi di società con i miei cugini (non importa di che grado fossero). Ricordo tutto con grande affetto, erano le feste di Natale più belle, quelle trascorse a Genova. A tratti sembrava di essere ancora giù, in quella cittadina maledetta e abbandonata dell’entroterra mediterraneo bruciato dal sole. Dove a cercare bene puoi trovare ancora le nostre radici piantate anni fa dai nostri avi.

Ma quel giorno qualcosa di diverso e tragico stava per accadere.
Era pomeriggio ed era buio fuori, la luce era spenta in casa. Io e lui eravamo distrattamente sul divano stravaccati. Tutto quel cibo aveva fatto effetto e ogni grande felino aveva cercato un posto dove sbadigliare in pace. Non c’era nessuno nei paraggi e l’unica luce nella stanza era quella del tubo catodico della TV accesa su un programma a quiz. Dov’erano tutti? Forse a fare il pisolino post pranzo o forse al piano di sopra dalla zia Sara? Lui era sdraiato e appoggiato allo schienale del divano, io ero appoggiata a lui. Lui iniziò a strusciarsi contro di me, a strofinarsi dietro di me. Non era una cosa nuova, ma per la prima volta mi resi conto che c’era qualcosa di sbagliato. Lui lo faceva da anni ma per la prima volta iniziai a vivere quel contatto come una ingiustizia. Sentii tutto il peso di quella situazione. Sentii che era sbagliato, avevo per la prima volta smesso di sospendere ogni giudizio.
Ma quella volta, quell’attimo esatto, io capii che avevo il potere di alzarmi e andarmene senza soddisfare nessuna delle sue imprecise voglie. Quella volta capii che potevo decidere di non essere un oggetto. Di non dovere assecondare nessun destino scritto. Capii che l’approvazione e la considerazione che cercavo da lui non doveva passare attraverso l’uso che faceva di me da troppi anni.
Ero una bambina quando iniziò ad usare il mio corpo, ma adesso non più. Adesso potevo decidere di non ricadere nella sua trappola. Solo dopo mi sono resa conto che già il fatto di formulare quel pensiero di fuga mi aveva fatto liberare da quel dannato labirinto. Potevo andarmene e lasciarlo lì, stupito e maledetto, sospeso come le sue voglie lasciate insoddisfatte. Non aveva più lo stesso potere su di me, io non glielo davo più quel potere. Cominciai a sentirmi viva perché avevo preso quella decisione proprio mentre lui iniziava a toccarmi. Mi alzai e lo lasciai lì da solo davanti alla TV. Non so come trovai il coraggio, lo slancio. Forse fu un lancio a occhi chiusi. Non fu semplice ma lo feci.

Inaspettatamente quella decisione cambiò qualcosa in me. Nei giorni seguenti o forse negli anni seguenti iniziai a sentire il dolore, la tristezza, la rabbia e poi tutte le altre emozioni che prima erano rimaste come ibernate dentro di me. E quel disgelo mi ha fatto un gran male per molto tempo.

La prima sensazione forse fu la rabbia, quella verso me stessa che gli avevo permesso di fare di me ciò che voleva per tutti quegli anni. La rabbia verso me stessa che avevo desiderato tante volte che lui si avvicinasse a me in quel modo perché quello mi sembrava l’unico strumento per renderlo contento di me, l’unico modo che mi permettesse di avere la sua attenzione e approvazione.
Poi ci furono la tristezza e il dolore. Sentivo un dolore potente e prepotente, ancora indecifrabile, che tentava di farsi spazio dentro di me e tentava di annullarmi. Ma finalmente sentivo qualcosa nel petto ed era la vita nella sua completezza: se fossi stata in grado di sopravvivere a quel dolore avrei potuto fare qualunque cosa.
Nessuno riesce a farsi raccontare da un bambino appena nato cosa abbia provato venendo alla luce. Ma io immagino che ci sia una sofferenza, uno spavento e una gioia tutti mischiati. Una sensazione forte che forse io ho avuto l’occasione di provare in quel momento di rinascita.

Ma non fu per niente facile. I senso di colpa del prima e del dopo mi schiacciavano. E non conta niente il fatto che la ragione mi diceva che io ero la vittima, ero la bambina circuita diventata ragazza. Non conta assolutamente niente. C’erano i miei fantasmi e c’ero io. Da sola.
Mi ci volle più di un decennio ma fu solo attraversando quel buio pesto che scoprii che la luce laggiù in fondo c’era davvero e non era solo un riflesso. Era la voglia di urlare, la voglia di uscire, di respirare, di trovare il coraggio di prendere la macchina e guidare, di guardare il mondo, di ascoltare il mondo, di ascoltare me, di scrivere, di ridere, la voglia di camminare da sola in mezzo ai campi, di indossare un costume e andare al mare, di mettere i piedi nudi dentro un mare d’erba, la voglia di fare l’amore senza sentirmi in colpa.
Finalmente mi resi conto che ero riuscita a conservare in parte la mia capacità di sognare e di credere in me stessa, come quando ero bambina, prima che lui decidesse di rubarmi la mia anima. Finalmente avevo questa nuova sofferta consapevolezza. La convinzione che la vita vale la pena di essere vissuta. Nonostante tutto.
L’indomani nessuno si accorse che ero troppo silenziosa sul sedile posteriore della Tipo affollatissima che ci riportava a casa. In quegli anni nessuno si accorse di quei silenzi. È chiusa di carattere, dicevano. Crescendo cambierà.
Sì, sono cambiata poi. Ma mi ci sono voluti anni. E la vergogna immensa di spiegare a una psicologa il mio senso di colpa e la disperazione che nasceva dalla certezza di non poterlo raccontare a nessuno. E lei che con dolcezza e professionalità mi opponeva la logica inutile del suo ragionamento. Mi diceva che ero la vittima, che non avevo nessuna colpa da rimproverarmi. Sì, ma vaglielo a spiegare tu alla mia anima. Toglimelo tu quell’alone di grigio, dottoressa.

Ho sempre in mente quel giorno, non l’ho mai superato veramente. Tanto che, a distanza di anni, non sono ancora in grado di parlarne con un’amica. Neanche la migliore amica. A volte ci ripenso e mi dico che dovrei fare una torta con le candeline.
Fu un nuovo inizio quel giorno, fu il giorno che nacqui per la seconda volta. Avevo sedici anni ed era la vigilia di Natale dalla zia Cosimina. E tornai a casa su quella fiat Tipo senza le cinture. Con un silenzio addosso che una ragazza di sedici anni dovrebbe avere il diritto di dedicare a cose più leggere.

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