Simon & Garfunkel

Come Simon & Garfunkel

Simon and Garfunkel in concertIo Simon & Garfunkel li ho sentiti per la prima volta nominare da un mio allenatore di pallavolo. Erano metà degli anni ’80 e “The concert in Central Park” era già un punto di riferimento per quelli che suonavano la chitarra.
All’inizio non avevo capito bene neanche come si chiamassero. D’accordo, Simon era facile, ma quell’altro, il ricciolino, come diavolo si chiamava?
Mi sono fatto prestare una cassetta da duplicare e sono restato un paio d’anni con solo mezzo concerto. Perché l’altra cassetta, la numero uno-di-due di quell’album Live, l’aveva persa.
Piano piano ho trovato i testi (eh, no: non esisteva internet, se non eri un militare USA). Ma c’erano i canzonieri. Quelli stampati e con gli accordi scritti a penna nera. Con loro ho imparato a suonare, a sognare, ad arpeggiare, a distinguere le due voci. Beh: non sempre, solo qualche volta.
Con loro ho imparato che ci possono essere canzoni bellissime anche se tristi. Ho imparato che la chitarra non è solo per Mare nero mare nero mare neee… ma anche per “Kathy, I’m lost, I said, though I knew she was sleeping“. Ho imparato che si può comunicare anche l’impossibilità di comunicare. Anche cantandola.

Poi nell’estate del 2004 organizzano un concerto a Roma. Sì perché nel frattempo mi sono trasferito a Roma. E per di più è un concerto a luglio e gratuito. Sotto il Colosseo. Ormai sono passati gli anni in cui andavo spesso ai concerti. Ma questo no: questo non me lo posso perdere.
Ci vado con due amici, che condividono la mia stessa nostalgia da falò. Francesca non viene, non ricordo il perché, ma riguardando le date, mi sa che era al nono mese. Siamo lì da prima, sediamo per terra, gambe informicolate. Dopo qualche ora, finalmente, iniziano. Mi accorgo che le so tutte a memoria. Comprese le cover degli Everly Brothers, che portano sul palco. Cioè, portano sul parco persino i fratelli Everly, non sono le loro canzoni.

Ma qualcosa non mi torna. Cantano senza passione. Sembrano altrove. Sembrano mestieranti.
Sui giornali qualche critico attento lo nota e parla di vecchie storie d’amore. Parla della reunion forse spinta più che altro da esigenze di denaro. Di vecchi amici che ormai non si parlano.
Resta una vena di amaro, da quella esibizione.
Tornando a casa penso che forse, i miei Simon & Garfunkel non sono davvero loro. Quelli invecchiati, stempiati, che si evitano con lo sguardo.
I miei, quelli veri, sono quelli che escono dai miei vecchi canzonieri, dalla mia chitarra. Sono i miei quelli che mi fanno sognare.
Poco importa se assomigliano ormai poco a quei due pagliacci sul palco. I miei, sono vivi.

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