sicurezza

Stabile e sicuro

trebicchieriPiove e si ritrovano in un bar. Silvano arriva in motorino, lo parcheggia nelle righe, lo raddrizza, copre il sellino con un sacchetto e mette la catena. Lorenzo arriva subito dopo, con l’autobus, puntuale, anche l’autobus. Monica arriva poco dopo, ha preso la macchina, suo marito era in ritardo, ma abita vicino.

Entrano nel locale dove con chiarezza meccanica vengono spiegate le regole e i prezzi. Quei tre non sembrano gente da aperitivo, ma dopo essersi letti tanto è una buona occasione per vedersi.

Parlano parlano parlano. Intanto il locale si riempie di gente difficile da definire. Il discorso rimbalza piacevolmente di qua e di là. Poi si finisce a parlare di lavoro.

Lorenzo dice che forse si sposterà in Spagna. Lui e la famiglia. Che ormai qui è dura e i contratti nuovi sono pochi irraggiungibili. E magari l’estate prossima ci provano. Per vedere come sarebbe. Per vedere com’è.

Monica ha un contratto a tempo indeterminato, ma suo marito è meno stabile. Lei vorrebbe cambiare, andare all’estero, cercare nuove sfide. Ma si sente il perno del compasso. Dice proprio così. Si vede che sa trovare le parole giuste, come quando scrive. Le pesa questo essere l’elemento stabile e non potersi proiettare verso una crescita.

Silvano ha qualche anno di più. Un lavoro di quelli che venivano descritti con aggettivi democristiani. Solido, stabile, sicuro. Come se ci fosse sicurezza. Ma non lo dice, non sarebbe delicato nei confronti degli amici che devono fare i conti con altro ordine di problemi. Nella mente di Silvano si formano improvvisamente delle bolle di pensieri. Pensa che è fortunato ad avere questa stabilità. Pensa che questa stabilità è la sua maledizione, quello che lo tiene fermo. Pensa che con i figli non sarebbe serio fare scelte azzardate. Pensa che non ci sono occasioni, ma se anche ci fossero lui lascerebbe passare tutti i treni. Pensa che è un idiota a pensarla così. Pensa che è una serata davvero piacevole e cerca di godersi la compagnia dei suoi amici.

Fuori ha smesso di piovere.

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Cespuglio

Non ne posso più di tutte queste balle!
L’enfasi è indebolita dallo sforzo di rialzarsi da terra. Drizzandosi in piedi con la giusta lentezza, si pulisce da qualche foglia secca rimasta impigliata al velluto. Nella frase non c’è rabbia. Solo fermezza. E forse un po’ di insofferenza. Ma non astio, non rivalsa.
Non ne posso più di stare chinato, in questo cespuglio, a suggerir parole. E sì che con le parole sono bravo, quasi come con la spada.
Rossana, non vi seguo più. M’illudo di conoscere la natura femminile. O almeno di sapere molto, sapendo che non la posso conoscere se non in superficie.
Ma voi, Rossana, mi avete tolto ogni voglia di lanciarvi i miei versi. Cristiano è un bel giovane, di bell’aspetto e dalla voce calda. Sa prendere su di sé parole altrui. Le sa lanciare in alto, verso il cielo e oltre: fino al vostro balcone. Ma ho sempre saputo che non sapesse far durare in eterno questa costruzione.
Non avevo dubbio alcuno che sarebbe stato mascherato. Temevo solo il quando. Adesso, Rossana, sono qui io. Sentite questa voce, guardate questo naso, fate i conti con questo aspetto.
Ma era della voce o delle parole che vi siete innamorata?
O piuttosto dell’idea che vi siete fatta, tutta sola, di questo spasimante che poetava nella notte?
Non era una persona, non era un autore, non era un interprete. Era solo un’idea. Senza aspetto senza voce. Senza necessità alcuna di vivere nel mondo del reale.
La voce, per quanto non cavernosa e rassicurante, è ferma. Di una sicurezza consapevole, padrona.
E allora, Rossana, non ce l’ho con voi. Ma esco da questo cespuglio. Scioglierò queste membra, tornerò ad allungare braccia e gambe che sono state troppo tempo piegate per tenermi chino. Raddrizzerò la schiena, aprirò il torace, tornando a respirare.
Vi lascio tutte le mie figure retoriche, tutte le mie parole, vi lascio questo cespuglio. Vi lascio persino Cristiano. So che saprete come usarlo per popolare le vostre idee. Teneteveli buoni. Teneteli tutti. Credete a me: è un affare.