separazione

un divano un libro un telecomando

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I bambini sono a letto e finalmente può prendersi quella modica quantità di tempo tutto per sé. Abbassa le luci e va a planare, senza pensare, nella sua solita zona del divano. Anche adesso che volendo lo avrebbe tutto a disposizione. Nel nido della sua abitudine si porta un libro. Non le basta, prende il telecomando; non le basta, non molla lo smartphone. Plana così alla fine di questa giornata. Il divano è ricoperto come quando c’era lui: i bambini richiedono compromessi. Solo che adesso questo divano è troppo grande.
Lei si rannicchia nel suo angolo, quello lontano dal terrazzo. Dà le spalle alla libreria. Sente un freddo leggero ma non vuole chiedersi se arrivi da fuori o da dentro. Infila un paio di calze di lana che erano sulle riviste dalla sera prima. Si passa sulle spalle una coperta di pile davvero troppo colorata e china il capo in avanti.
Non se ne accorge, ma sorride intanto che risponde ai messaggi con le dita molto più veloci dei suoi quasi quarant’anni.
Non se ne accorge, ma quel libro che le sembrava dare un senso alla serata resta chiuso. Ancora una volta, ormai capita spesso.
Non se ne accorge, ma il telecomando è finito sotto quel lembo di coperta. Tanto nessuno lo avrebbe cercato.
È come sospesa. Tra la fatica di questo giorno che scivola via e la voglia di prendersi un po’ di spazio. Si ferma ad ascoltare quella sensazione strana. Cerca dentro le parole esatte con cui descriverla. Ecco cosa le manca: le manca qualcuno a cui raccontarlo. Le chat di facebook, le amiche su whatsapp, gli indirizzi email… sì va bene tutto ma manca ancora qualcosa.
Non vuole scivolare nel pensiero di lui, che dopo anni se n’è andato. Da persona che litiga senza gridare ha cercato un accordo, una composizione civile. Rispettando il bello che c’è stato tra di loro e soprattutto rispettando sé stessa, per non cadere nella sceneggiatura sguaiata di un talk show pomeridiano. Ma adesso il freddo entra da sotto il plaid e qualche certezza vacilla. Si stropiccia gli occhi. Sarà la stanchezza, saranno questi piccoli schermi che al buio sono molesti.
Le amiche in fondo non sono giudici sereni. E non rincuora la consapevolezza di fare la cosa giusta, ma farla senza testimoni. Dondolandosi in questa angoscia leggera lascia scivolare via la sera.
Un altro giorno plana senza grazia e lei lo accompagna rannicchiata verso la fine.

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La macchia bianca

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Gli scatoloni sono pronti nel salone. Non hanno dovuto discutere molto Alessandro e Federica. In questi mesi in cui avevano deciso che è finita hanno imparato anche a puntarsi i silenzi reciprocamente contro. È una separazione educata, non una di quelle con piatti rotti e bicchieri lanciati contro il muro. È la presa di coscienza che non è andata. E questo è un bene, forse.
Alessandro guarda l’orologio e pensa che Marco è in ritardo, come al solito. Deve arrivare con il furgone preso in prestito al lavoro per spostare gli scatoloni che contengono mezza casa.
C’è il divano libero ma lui è seduto su uno di questi scatoloni. Ha preso uno dei libri che spuntava da un altro scatolone e lo sta sfogliando. Come se riuscisse a leggerlo, come se riuscisse davvero a pensare ad altro.
Federica è in camera che trova nervosamente qualcosa da fare pur di non guardarlo. In fondo non è stato difficile dividersi i libri, i soprammobili, i quadri. Due personalità adulte con gusti adulti. Forse è per questo che poi non è andata. Certo, ci sarebbe anche quella storia dei messaggi sul cellulare, messaggi che non potevano essere equivocati. Messaggi che hanno messo davanti un’evidenza: la necessità di decretare che l’emulsione delle loro vite non è mai diventata davvero una miscela.
Alessandro guarda la macchia bianca sul muro dove c’era un quadro. Non ha passatempi migliori in questi minuti dilatati. E Marco è sempre più in ritardo, con quel maledetto furgone.
Pensa a quel bianco, protetto dalla sagoma del quadro. Quel bianco che, tolto il quadro, risplende nel soggiorno. Il colore è lo stesso di un tempo, di quando hanno tinteggiato insieme. Tanto risparmiamo, tanto è bianco. È restato dello stesso candore di quando erano una coppia e non due individui. La parete intorno alla macchia è diventata leggermente più scura. Colpa del tempo e della luce. Forse è più brutta, forse è solo più sincera: si è confrontata con quello che è successo fuori. Non è restata nascosta, rintanata, protetta, così artificialmente bianca.
Pensa a quei centimetri quadrati di parete che una volta erano uguali e, giorno dopo giorno, sono diventati così diversi, così distinti. E anche a guardare indietro è impossibile trovare un evento, una circostanza, una datazione scientifica.
Forse quella parete quasi bianca e quella macchia bianca somigliano a Ale e Fede.
Il citofono suona: è Marco. Era ora!