saggio

Quando il saggio decise di sedersi

saggio

Il saggio, pur avanti con gli anni, uscì di buon mattino dal villaggio. Camminò per ore fino a giungere in cima a una piccola vetta che sovrastava il paese. E si sedette. Passarono due ore e i suoi seguaci, in preda allo sconforto, decisero di non aspettare oltre.
Raccolsero dai contadini che lo avevano visto salire, quelle poche indicazioni per raggiungerlo. Unirono quei pochi generi che ritenevano potessero essere utili e decisero di mettere i propri passi in fila.
Il primo giorno lo raggiunse il discepolo più vicino. Avvicinandosi lo vide seduto e gli si sedette di fronte. Assumendo la stessa silenziosa postura, come davanti a uno specchio. Il sole descrisse tutto il suo arco e il discepolo si rialzò e scese al villaggio. Tutti lo interrogarono, sulle parole scambiate, sulle ragioni che avevano portato il maestro sulla vetta.
“Forse è per farci capire l’importanza dell’attesa. Ma non ne sono sicuro.”
Nei giorni seguenti uno alla volta, come per un patto taciuto, salirono uno dopo l’altro. Cercando la ragione, la spiegazione.

“Maestro, forse che sia l’arrivo imminente di una carestia?”
“No” rispose il vecchio saggio. E il discepolo deluso ridiscese.

L’indomani all’alba era un altro. Forte del tempo silenzioso della salita, pose la sua domanda.“Forse è la rinuncia alle cose terrene”
“No, perché?”

E così ogni giorno. “Forse è un simbolo di come la vita è piena di privazioni?”
“No”

Giorno dopo giorno. “Forse è per sottolineare la nostra fragilità”
“No”

“Forse è un modo di avvicinarti alla natura, in questa sintonia ancestrale senza uomini?”
“Bello. Ma no”

“Forse è per portare il più piccolo di noi a sentirsi simile a te?”
“No”

“Forse è per negare il bisogno di socialità, nella quotidiana ricerca di un equilibrio interiore?”
“No, no”

“Forse è per…”
“No guardate: avevo voglia di fare una camminata e di sedermi qui”

Annunci

Quello che dura per sempre

vecchiosaggioAntonello mica era del tutto sicuro di doverlo fare. Ma mancava qualche mese al suo matrimonio e aveva tanti giorni di ferie arretrate. Ferie per cui il capo gli ripeteva meccanicamente di prendersele, di azzerare, di non obbligare la ditta a metterle a bilancio. Salvo poi storcere il naso perché il periodo scelto non era proprio compatibile con le strane liturgie aziendali.
In più, pensava, chi può dire quali saranno i tempi e gli equilibri di quel dopo che si avvicinava.

Voleva tornare da quel vecchio saggio che aveva incrociato durante una escursione in montagna. Quella volta ci era andato con amici, attrezzato per la gita in compagnia, per niente pronto al silenzio e all’ascolto.
L’incontro casuale con quel personaggio strano gli aveva lasciato una sensazione fortissima.  Sensazione su cui aveva fantasticato molto negli anni seguenti. Chiedendosi a cosa fosse dovuto il ricordo profondo di quell’incontro. Se alle chiacchiere imprecise che aveva sentito nelle botteghe a fondo valle, dove lo chiamavano “il vecchio saggio” anche se al netto del troppo sole preso in faccia, avrà avuto sì e no una cinquantina d’anni. Oppure se la bellezza del ricordo fosse influenzato dal piacere di quella compagnia oppure al clima di epica soddifazione a buon mercato di quella camminata in costa oppure solo alla grappa di quota.

Perso per l’ennesima volta in quei pensieri non si diede una risposta precisa, ma aveva deciso la sua meta.
E a chi gli chiedeva dove sarebbe andato in quelle due settimane rispondeva vago “Ho deciso, camminerò.” Incerto, per primo, se il suo obiettivo fosse il cammino o arrivare dal vecchio (forse) saggio.
Decise di avvicinarsi da lontano, percorrendo una quarantina di chilometri al giorno. Avvicinandosi piano piano, concedendosi il tempo di pensare a niente e quindi al tutto. Di sentire il rumore dei propri passi. Di ascoltarsi.
Quando finalmente giunse nei pressi del rifugio lo vide là, seduto su un sasso dall’aspetto comodo, poco distante dalla cima addomesticata alla comodità umana.

“Sono venuto qui quattro anni fa. Ho del tempo da spendere. Sono venuto per stare un paio di giorni”
“Lo so” rispose in modo perentorio il saggio. E notando lo stupore eccessivo, chiarì “Qui non passano tante persone, mi ricordo di te e della tua faccia. Ricordo che abbiamo parlato, forse della montagna, non so. Mi fa piacere che qualcuno torni”
Aveva in quella voce un qualcosa di affascinante e universale. Che riusciva far passare in secondo piano quell’improbabile accento valligiano.
“Abbiamo parlato, quella sera di quello che dura e di quello che non dura. Fra un mese mi sposo. Sono convinto di farlo, ma volevo concedermi una camminata e una discussione su quello che nella vita è duraturo”.
Avrebbe voluto aggiungere un motivo, una ragione, per rendere solida la sua spiegazione. Era insoddisfatto del valore disgiuntivo di quel “Ma” pronunciato così vicino alla parola matrimonio. Però, lì per lì, non riuscì a trovare niente di consistente.
“Niente dura per sempre.” Sentenziò il saggio.
“Impossibile…” azzardò Antonello.
“Allora dai: trovami qualcosa che duri per sempre”

“Non so, quella quercia, quella all’inizio di questo sentiero. Mica viene spazzata via dal prossimo temporale”
Rispose il saggio giocando su un terreno noto “La quercia del bivio di San Genesio dicono che abbia quattro secoli. Quanto tempo durerà ancora? Cento anni? O fino al prossimo fulmine o al prossimo parassita?”

“Allora l’acqua di quel fiume. Scorre da sempre in fondo alla valle, vedi?”
“Ma se è quanto di più transitorio. Da qui sembra un nastro continuo, ma è fatto di gocce che si spingono per andare via. Cambia corso, forza, portata tracciato. E’ l’esempio di ciò che non resta”

“Allora questa roccia!”
“Questa roccia ti sembra eterna solo perché il tempo che consideri è troppo breve. Si sbriciola con la pioggia e il vento.”

Antonello cercò nel repertorio delle frasi granitiche “Allora l’amore, l’amore è per sempre.”
“Ma non vedi quante coppie smettono di amarsi? Non vedi che lo cerchiamo sempre, e non vogliamo mai convicerci delle tante prove della sua non esistenza?”
“Ecco: questo è infinito. La nostra voglia di credere all’esistenza dell’amore.”
Antonello distese i muscoli del viso in un grande sorriso, che si specchiò in quello opposto del vecchio saggio.

Non ne parlarono più.

La maledizione del saggio di fine anno

Io posso sopportare i panettoni accatastati all’entrata del supermercato già prima della fine di ottobre. E posso sopportare di vedere i sorrisi soddisfatti di chi li prende in mano come una primizia dicendo con un sorriso iperglicemico “Guarda cara, è già Natale!”. Posso anche fingere di non vedere che chi pronuncia quella frase è ancora in t-shirt e infradito.
Posso chiudere un occhio sui regalini di Natale in ufficio. Anche se il giorno che nel bar sotto l’ufficio c’era il cartello Cioccolatini in saldo (per forza: stavano scadendo!) tutti hanno fatto incetta. E su ogni scrivania trovavi un gianduiotto agonizzante sul filo dell‘entro e non oltre che in confronto McGyver era uno che faceva la partenza intelligente.
Posso persino fingere di non vedere i Babbi Natale made in China appesi fuori dalle finestre, che con la crisi che c’è sembrano sgargianti topi d’appartamento sovrappeso.
Posso farmi andare bene gli amici che mandano  spiritosossimi SMS di auguri in stile-ciclostile, la stessa frase a tutti, in blocco. Perché hanno preso incautamente la Christamas Card e non sanno bene come sfruttarla.

Ma se c’è una cosa che proprio non sopporto di questo periodo, sono i saggi di fine anno a scuola. Che una volta, almeno, erano alla fine dell’anno scolastico. I primi di giugno ti toccava sorbirti quello spettacolino pietoso. Ma ti consolava il pensiero “Se poi non ci vado, tanto l’anno è finito, la maestra a settembre si sarà dimenticata chi c’era e chi non c’era…”. E con un po’ di destrezza si riusciva a saltare.
Ma adesso, secondo una estensione crudele del concetto di anno (e fine anno), vengono organizzati anche per la fine dell’anno solare.

Maestre che fino alla settimana prima si erano comportate come persone equilibrate, si ricordano delle velleità artistiche giovanili. Di quando sognavano di suonare, cantare e ballare in costumi luccicanti e attillatissimi. Di debuttare a Broadway, forse e di avere il nome sulla locandina, sotto la scritta CATS fatta di file di lampadine intermittenti.
Poi le cose sono andate diversamente. Il concorso pubblico invece del teatro, il precariato invece dei provini, i libri invece della sbarra. E questo andrebbe anche bene. Se non fosse che la parola “saggio di fine anno” risveglia questi sogni lasciati a fermentare in una scatola di scarpe, in cima a un armadio.
La infausta moda dei leggins, scelti rigorosamente di tonalità aggressivamente feline, contribuisce a fare riemergere tutta la mancanza di Cats (in senso buono, ovviamente).

Saggio di Natale!

I nostri figli vengono istruiti per settimane a recitare in rigoroso fuori sync poesie con rima baciata male. Vengono presi per interpretare Re Magi che arrivano prima del bambinello e non si capisce bene a fare cosa, visto che non c’erano le ecografie a quel tempo.
La musica è fastidiosamente troppo alta o fastidiosamente troppo bassa. Trovate voi la parola chiave.
Appena inizia lo spettacolo vengono sguainati una serie di dispositivi progettati per fare altro. Telefoni, tablet, citofoni, portachiavi. Tutto viene usato per fare foto. La cosa più odiosa è che tutti questi genitori esaltati alzano le braccia con un iPad come se fossero tanti piccoli Mosè che scendono dal Sinai brandendo le tavole della Legge. E a nessuno sembra importare del fatto che stanno riprendendo solo le mani degli altri genitori con altri tablet e altri telefonini.
Le nonne sono state ritirare dalla casa di riposo, vestite di fretta e portate al supplizio. Tanto sono sorde e non si accorgono se i nipotini stonano. In compenso, quelle risparmiate dalla cataratta, possono godersi lo spettacolo offerto dalla selva di arti superiori di novelli genitori che impalla la scena principale.

Se non siete lesti a trovare un posto defilato, vi capiterà di dover rispondere agli altri simpatici genitori. Quelli che sono lì come voi, ma che ci tenevano tanto a essere presenti.
Quelli che dicono “Come è bravo mio figlio, è quello lì. E il tuo qual è?”
(E io conto per non rispondere “Il mio è quello un po’ dietro, gli ho insegnato il valore della vergogna”)

O ancora: “Io il mio gli ho fatto fare i provini per fare la comparsa a Don Matteo 2, si vede vero?”
(“Non guardo gli sceneggiati in TV, ma io proverei per il cast del commissario Rex”)

O i superboni pieni di soldi “Gli ho pagato uno stage di improvvisazione allo Stabile, non capisco perché adesso è lì che piange!”
(“Non si preoccupi è il metodo Stanislavskij, si sta immedesimando in Pietro Maso”)

Le maestre più subdole hanno iniziato a cambiare nome ai saggi di fine anno, per depistare quelli come me. Le chiamano “Lezioni aperte” o “Open Lesson”. Non fatevi intenerire. Non è una lezione, non è aperta, non è facoltativa. E’ tutto maledettamente obbligatorio e coercitivo.

Alla fine, con un po’ di fortuna, cala il sipario. Chiudendo il palco e le vostre residue speranze di essere genitori di un artista.
Ma proprio quando vi illudete di poter dimenticare questo trauma suonano alla porta. E’ passata solo una settimana. E’ il solerte genitore del compagnuccio di classe sfigato del vostro erede. “Ho visto che sei arrivato in ritardo e ho pensato di farti una copia del DVD con la recita di Natale!”
“Grazie, buon Natale anche a te! (stronzo)”


Non per tirarmela troppo, ma il disegno originale è di Sabrina, sì quella di BuraBacio!
www.burabacio.it