sabbia

Elena si specchia

visitaScendendo dal minibus, Elena si gira per specchiarsi nei vetri scuri. La sciarpa che ha preso il primo giorno le sta bene: la usa un po’ come foulard, un po’ come sciarpa, un po’ come turbante. Uno dei lembi le cade in modo elegante sulla spalla lasciata nuda da questa camicia bianca smanicata. Più sotto un paio di pantaloni larghi e ancora più sotto i sandali impolverati.
La lacca blu scuro delle unghie dei piedi è sbagliata, in un posto come Petra. Fa troppo contrasto con quella sabbia, con quella storia. Ma Elena non ci fa caso.
Pensa che quando ha consultato le guide si era immaginata un caldo più fastidioso. Caldo è caldo, ma senza umidità risulta anche sopportabile. Il vento invece non c’è. E lei lo aveva visto, su quelle foto senza vegetazione. Doveva esserci ma oggi non s’è presentato.
Elena guarda queste costruzioni, scavate nella roccia ed è felice che la facciano sentire così piccola.
Tutta questa storia, tutti questi secoli, tutto questo lavoro di anni e di uomini davanti a lei. Per lei. Era questo il posto che serviva per fare un po’ di chiarezza in questa vita che sembra non andare secondo i piani.
Forse – pensava – in mezzo a tutto questo silenzio i miei pensieri arrivano più nitidi.
E adesso è lì, Elena, che respira quest’aria calda. Segue l’italiano strano di una guida del posto. Intanto pensa ai cassetti da chiudere, alle porte da aprire.
Un attimo e si mette la sciarpa sulla bocca, come per filtrare l’aria, come per proteggersi. Resta solo un attimo indietro da quel gruppo poco silezioso.
Ma poi riprende il cammino.

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Grosso pennuto africano

grosso pennuto africano con la testa sotto la sabbiaÈ buio qui. È buio.
È un risveglio lento, intorpidito. Fatico a capire dove sono. È buio.
Mi sento uno strano vuoto in testa, la testa pesante. Poi piano piano comincio a ricordare. Metto a fuoco lentamente quel qualcosa di ostile. Una minaccia ancora indistinta. Che mi ha portato a infilare la testa sotto questa sabbia calda.
Noi della nostra specie abbiamo questa tradizione rassicurante. Un pericolo, una paura, una remora e ZOT! La testa puntata sotto qualche centimetro di terriccio.
Che poi, va detto: non è mica una pratica facile!
Le prime volte, se ti dimentichi di chiudere bene il becco, la bocca si riempie di terra. Perché la chiamiamo sabbia, ma è sabbia solo quando va bene.
Spesso è terra, o terriccio. A volte è dura come l’estate africana. Ma poi ti ci abitui non si sta poi male. Il sole non picchia forte in faccia e i rumori arrivano attutiti. Lontani. Acquosi.
Adesso, piano piano, inizio a ricordare. E più il ricordo si fa nitido, più il timore che mi ha portato qui, riprende vigore.
Non ricordo se fuori c’è un predatore che voleva aggredirmi, non ricordo neanche come questo esercizio potrebbe dissuaderlo. Ma lo hanno sempre fatto i miei simili e mi fido. Sento il cuore che batte più forte. Un’ansia crescente.

Perché sono nascosto qui? Una iena? Una tempesta di sabbia? Un incendio della savana?
O forse perché mi hanno chiesto se credo in Dio. Io? Ma che domande sono per un grosso pennuto africano? Mah!
O forse per non vedere lei, per non dover reggere il suo sguardo. O per fuggire a una responsabilità. O a una vergogna.

No ma poi la tirerò fuori, la testa. Per verificare se il pericolo è svanito.
La tirerò fuori. Con cautela.
Pronto a infilarla di nuovo sotto il suolo. Alla prima paura, al primo scatto.
Al primo dubbio.