routine

L’imprevisto

ferrovia

Quando i lavori per la costruzione delle Grandi Ferrovie Occidentali terminarono, a poco a poco tutte le maestranze presero quel treno e andarono oltre. Verso quell’ovest che sentivano di avere costruito, per ricominciare un’altra vita con qualche soldo e qualche anno in più.
Joseph Everson Stable invece rimase. La Compagnia li aveva già i suoi capistazione. Li aveva fatti arrivare dal capoluogo e li stava spargendo lungo tutta la nuova tratta a distanze regolari, come semi di girasole. Ma oltre a questi impiegati in maniche di camicia, serviva personale per i lavori di manutenzione. Personale da cercare sul posto.
Controllare che la cisterna dell’acqua fosse sempre piena, per riempire la caldaia delle locomotive a vapore; spalare il carbone nel silos di riserva, rimettere le tegole di legno sulla piccola stazione, convincendole a martellate dopo ogni dispetto stagionale del vento. Questo era il lavoro. Oltre che, naturalmente, tenere in piena efficenza i binari.
Joe si era dimostrato in quegli anni un grande lavoratore: rispettoso, affidabile, silenzioso, tenace e discretamente forte. E questo lavoro gli venne proposto quasi di getto, senza neanche dover fare lo sforzo di pensare a qualcun altro.
Dal canto suo, Joe non era abituato a pensare tanto al futuro: non si era fatto un’idea precisa di cosa avrebbe fatto dopo i lavori della ferrovia. Quindi accettò subito l’offerta come si accetta un temporale o un plenilunio. Con poco stupore, con poche domande, con la sensazione di compiere un qualcosa di naturale.
Iniziò subito questo lavoro con precisione.
Sotto il caldo di quelle praterie che a passarci in treno sembrava sempre uguale, anche le modernissime rotaie del tipo Vignoles andavano controllate. Bisognava battere ogni singola rotaia per sentire se il ferro rispondeva sempre con lo stesso suono. Sempre. In caso contrario si doveva subito telegrafare e provvedere al più presto a rimettere in sesto, sostituire, mettere in sicurezza.
Il caldo fermo dilatava i binari. Il freddo umido gonfiava le traversine su cui poggiavano e le gelava. Il controllo era una questione da non sottovalutare. Joe Stable partiva secondo un programma preciso e stava via settimane. Uno zaino che aveva imparato a tenere leggero, acqua, il martelletto leggero col manico lungo con cui picchiare con frequenza regolare i suoi ton sul binario di destra e ton su quello di sinistra.
Ton ton il primo metro, ton ton dopo dieci miglia, ton ton dopo un anno. Solo quel ton ton nella pianura così grande che a ogni partenza sembrava inghiottirlo. Solo quel ton ton e silenzio senza parole. Solo le parole di chi ronza, gracida, fruscia. Ton ton, tutta la stagione solo quel ton ton. Tanto che anche quando arrivava nella stazione successiva non trovava conforto nel tornare tra la gente come lui. In quel silenzio aveva preso ad abitarci comodamente.
Il tempo passava e Joe continuava con precisione a svolgere il suo lavoro. Ton ton di anno in anno, sempre ton ton.
E quando lo vedeva passare quel treno lo sentiva da lontano. Prima come una vibrazione sui binari, poi l’affanno della locomotiva. E si faceva da parte, quasi senza voltarsi. Sentendolo suo quel prodigio della tecnica che squarciava la pianura per sparire poco dopo.
Ormai la gente aveva un aspetto diverso da quando, decenni prima, aveva iniziato questo lavoro. Ormai lo chiamavano il vecchio Joe. Non stava molto ad ascoltarli, preso dalla serietà con cui interpretava il suo lavoro.
Ton ton, tutta la vita ton ton.
Il vecchio Joe sparì proprio in mezzo a quella prateria. Giorni dopo ritrovarono il suo zaino e il suo martello di fianco a un binario che chissà per quale motivo si era spostato dalla sua sede. Era una mattina di aprile.
Qualcuno prese il martello e fece ton tin. Non il solito ton ton: ton tin. Ma non ci fece caso nessuno.
Dissero che era impazzito, che era stato preso dai coyote, che si era stancato. Non lo ritrovarono più e finirono col dimenticarlo presto.
Forse si era solo allontanato dalla ferrovia, prendendo sotto braccio quell’imprevisto.
Ton tin.

Annunci

Il mio vecchietto sconosciuto

vecchiettoOgnuno di noi ha una persona sconosciuta a cui è legato. No? Non vi sembra possibile? Ve lo dimostro.
C’è nella vita di ognuno di noi una certa ritualità. Un qualche comportamento di routine che ci porta a tornare negli stessi posti. Ricorrentemente.
C’è chi sale più o meno alla stessa ora sullo stesso tram. E condivide con altre persone un numero di fermate. Tanto che alla fine sembra di conoscerle. E in parte è vero. Perché queste persone vivono nella nostra fantasia, anche dopo la fermata a richiesta.
Finiamo per focalizzarci su alcune facce e alla fine nella nostra mente ne sceneggiamo le vite. Pensando a come possono essere, a chi ci sia dietro quel volto, quel cappotto, quei pochi particolari.
A volte la conoscenza è ancora più mediata. Ci si affeziona a una sagoma dentro un’auto. Un’auto particolare, magari con un adesivo strano che la rende riconoscibile in quella quotidiana maledetta coda. E scorgerla ci regala una specie di sollievo. Come se fosse un altro naufrago abbracciato a un altro relitto, come quello che sto abbracciando io.
A volte è un vicino silenzioso, ben vestito, che porta il cane fuori col cappello. Passiamo ci si saluta con un cenno di sorriso e proseguiamo. Ma la curiosità fermenta in questi non detti.

Il mio notorio sconosciuto è un vecchietto che va a correre. O meglio, quando mi sono traferito qui correva. Adesso di solito cammina.
Ha una t-shirt bianca con collo molto largo. Una tuta blu e grigia, di cotone.
Lo incontro spesso quando vado a correre, nei nostri orari sbagliati, buoni per portare fuori i cani o arrendersi a una insonnia.
Ci salutiamo sempre con le stesse parole, ognuno le sue. Ormai è un rito di cui quasi sorridiamo.
“Buondì” con la mano alzata come un ciao.
E lui risponde “Ciao bello! Buona giornata!” Un vocione che si addice poco a quell’aspetto magro e nervoso.
Avrà un’età che a pensarla in numeri forse non è così alta. Direi più di settanta anni, direi più dei miei genitori. Ma non ne sono mica tanso sicuro.
Spesso ha in mano un mazzetto di fiori di campo che porta a chissà chi. A volte rose. Se non mi fosse così simpatico mi farei delle domande sulla provenienza di quelle rose. Perché le pratoline è un conto, ma le rose mica crescono così. Ma un secondo dopo il mio pensiero è già altrove. Dissolto in tanta comprensione che vorrei avere anche in altre circostanze e in altre ore del giorno.
Faccio il conto dei miei anni, dei suoi. E mi dico che alla sua età voglio avere ancora la voglia di uscire presto la mattina e andare a correre. Voglio avere la voglia di portare a casa un mazzo di fiori. Voglio avere ancora qualcuno a cui portarli.
Lo racconto ai miei bimbi mettendoli a letto. Romanzando un po’ le gesta di questo signore misterioso. “Pensate che corre, che lo incontro sempre, che corre tutte le mattine. Pensate che sembra non faccia neanche fatica!” “Come non fa fatica?”

E un giorno lo incrociamo in macchina mentre andiamo in piscina e lo indico, rallentando senza accorgermene.
Basterebbe poco. Sarebbe facile fermarmi, stringergli la mano, chiedergli come si chiama. Dirgli come mi chiamo io.
Ma no, cadrebbe tutto. Preferisco tenerlo nella mia teca speciale da vecchietto preferito. Da conosciutissimo sconosciuto.