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Ancora sulle rondini

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Per non arrendermi definitivamente all’invecchiamento e all’aumento di peso, da qualche anno mi sono dato l’obbiettivo di correre almeno cento chilometri ogni mese. Non importa se fuori è buio, c’è luce, fa caldo, si gela, piove. È uno stimolo forte per me che sono bravo a fingere di non sentire neanche i richiami fortissimi.
Per non arrendermi definitivamente al fatto che sono nato in città e che in città ci ho sempre vissuto, quando vado a letto non abbasso del tutto la tapparella. Lascio che un paio di righe tratteggiate di luce mi suggeriscano che il sole è spuntato.
Oggi quelle due righe di luce sono riuscite a svegliarmi molto molto presto. E alle cinque e mezza ho deciso di alzarmi per andare a correre. Correre… insomma: diciamo procedere trascinandomi abbastanza pesantemente, ma con una concentrazione tale da credere di balzellare leggero.
Dopo una mezz’oretta ero di nuovo sotto casa e mi sono fermato nel solito punto per fare un po’ di stretching e aspettare che le pulsazioni tornassero sotto la tripla cifra. E in un giardino della palazzina di fianco ho notato un’antenna che non avevo mai visto. E su quell’antenna due rondini. Si agitavano poco cinguettando in modo routinario, come due vecchi che si raccontano storie già sentite.

Le rondini, l’ho già detto, sono per me qualcosa di speciale. Le guardo incredulo quando volano descrivendo coi loro corpi le più armoniose e ardite delle curve. Schivano fili d’erba e paure e se mi fermo a guardarle mi fanno credere che quella rotta impossibile fosse già stabilita da prima. I cacciatori che lungo il corso del Grande Fiume sparano a tutto, si guardano bene dal colpire una rondine. La loro possente fragilità ha qualcosa di sacro e misterioso.
Intanto che contavo a mente i secondi che mancavano per tenere la posizione e finire gli allungamenti, le guardavo da lontano. E pensavo che le rondini somigliano molto alla felicità. Sono lì e non sai bene da quanto. Sono in un posto che non avevi mai notato, ma che c’è sempre stato. Si muovono improbabili ma perfette. Sai che vanno, sai che tornano. Non sai bene quando, non sai bene dove sono quando sono altrove. Forse a sud, forse.
Se un bambino si fa prendere dall’impeto di correr loro incontro, le fa scappare. E deluso rischia di dire che non ci teneva. I giovani si avvicinano con più cautela, piano piano imparano come, ma solo dopo tanti sbagli. I vecchi invece, loro non ci fanno più caso. Credono di averne viste abbastanza.

Saranno state le rondini, la soddisfazione di aver corso, l’obbiettivo dei cento chilometri di questo mese alla mia portata. Ma oggi ho iniziato la giornata con una strana serenità.

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Oltre quelle linee

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Prima della corsa appoggio i piedi pesantemente, uno alla volta, sul solito muretto del cancello. Aspetto che il cronometro agganci i satelliti per darmi una misura aggiornata della mia lentezza. Un piede su, un minimo spostamento in avanti per tirare i muscoli dietro la gamba. L’altro piede su, lo stesso minimo spostamento di prima. È in quel momento che mi accorgo di te.

Tagli l’aria calda della sera con le tue dannate traiettorie che sembrano passaggi di bisturi. Precisi, perfetti, affilati, netti. Nessuna sbavatura in quel volo senza quasi muovere le ali. Come mossa da una forza segreta, che a noi con i piedi pesanti non è dato di capire.
Inizio la mia corsa, ho la solita routine, il solito giro da portare a termine. Dopo qualche chilometro arrivo in un punto dove attorno alla pista ciclabile non ci sono case. E ti ritrovo lì.  Le stessa linea perfetta di sempre, gli stessi occhi piccoli e perfetti, la stessa assoluta mancanza di sorriso. E allora ho capito, ho capito chi sei.

Pensavo che sfrecciassi a pochi centimetri da terra e poi alta in cielo fino a perderti per un tuo ruolo non scritto. Pensavo cercassi nutrimento, che compissi il tuo dovere. Invece cerchi altro. Ci leggo un’ansia, ci leggo un amore, ci leggo una speranza da affossare, in quel tuo volo.
E finalmente ti riconosco, oltre quelle piume. Oltre quelle linee la tua linea. Oltre quella tristezza la tua tristezza. Oltre quella bellezza. Oltre.