rimpianto

Era questo che sognavi

pagliaccio

Era questo che sognavi, quando hai lasciato la casa per partire col circo? Adesso sei lì infreddolito, fuori da questa scuola elementare a ripetere all’infinito la stessa frase. “Ciao, lo vuoi uno sconto per il circo? Portalo ai tuoi genitori, vedrai che divertimento!”

Era questo che sognavi quando hai iniziato a lavorare presto, smettendo di studiare appena hai potuto. Volevi avere soldi tra le mani prima di tutti i tuoi amici. Così, pensavi, mi prendo il motorino e la porto al cinema o dove vuole lei. Non mi potrà resistere. Adesso da quanti anni fai il meccanico? Dieci, quindici, venti forse? Adesso lei non sai che fine ha fatto. Sapevi che si era sposata con uno che lavorava in ufficio con lei. Sapevi che aveva due bambini e che quando l’hai incontrata al supermercato dopo quel ciao come stai non avevate più niente da dirvi.

Era questo che sognavi quando vi siete detti sì? Con davanti un destino perfetto di cose da fare insieme. Ma poi la vita, a non saperla ascoltare, ha preso strade più facili, meno faticose. E nei vostri sogni l’altro compariva di rado.

Era questo che sognavi quando hai discusso la tua tesi? Un’ascesa luminosa come una vendetta. Mettendoci tutta la determinazione e la dedizione che avevi. E adesso che hai il conto corrente pieno e le domeniche vuotissime non vedi l’ora di tuffarti nella prossima settimana di lavoro e non sentire questo silenzio.

Era questo che sognavi? Mi risuona questa frase nella testa, questa frase che sa di sentenza già emessa. Era questo che sognavi? Mentre mi risuona questa domanda mi passano davanti il circense, il meccanico, lo sposo, il manager. Ma per caso passo davanti a una vetrina e mi ci specchio. Proprio mentre la mia mente manda in loop questa frase. Mi rendo conto che la frase vale anche per me. Era questo che sognavi? Era questo che sognavo?
Non lo so, forse no. Ma mi sono mosso: bene o male ho fatto delle scelte e sono andato avanti. Quindi sì, ne è valsa la pena. Mi sono mosso.

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Senza rimpianti, Egregio Direttore

signordirettoreEgregio Direttore,
le scrivo per chiederle di cestinare la mia lettera del 6 novembre scorso.
Visti i tempi del regio servizio postale non sono sicuro che le sia già arrivata, adesso che ha in mano questa mia seconda richiesta.
Il fatto è che subito dopo averla spedita, prima ancora che potesse essere giunta sulla sua scrivania, già me ne ero seriamente pentito.
L’idea di farle leggere un mio pezzo e chiedere il parere, mi è sembrata improvvida e molesta. E se le scrivo è solo a causa di una benedetta remora, mostratasi però solo con una intempestività da maledire.
Chissà cosa credevo mandando quei racconti proprio a lei, direttore di un prestigioso giornale. Forse, ma è solo un’ipotesi, in cuor mio speravo di suscitarle un’emozione tale da muoverla a chiamarmi. A mettersi (lei!) in contatto con me. A spingermi a lavorare per lei. Eventualità questa per cui non sono sicuro di avere nemmeno la motivazione adatta. Senza poi dovere fare i conti con la tecnica e il cosiddetto talento necessari.
Mi creda: dopo quasi due notti di sonni agitati e discontinui, mi sono risoluto a scriverle.
Ho pensato mille volte al modo esatto. Per evitare di esserle, per per paradosso, di nuovo di impiccio.
Ho pensato di scriverle citando quel passaggio di Pavese, nella luna e i falò, ricorda? Quello in cui si immaginava in America a maneggiare soldi e scrivere delle lettere. Col pensiero di seguirle poi per mare, quelle sue lettere. E io come quel personaggio a inseguire le mie. Ma poi sarebbe stato solo un noioso esercizio di sfoggio di cultura casuale. Io che di libri ne ho letti davvero pochi. E mi creda, questa non è una iperbole a calare. E’ una stima assai prudente dei pochi volumi a cui sono arrivato in fondo. Vede? Ci ricasco. Mi vesto di una parvenza di chissà cosa. Nomino figure retoriche come un ginnasiale vanitoso.
Si renderà conto che scrivere mi viene naturale, ma non penso che questa sia una cosa sana. Non mi appartiene più. Non è la mia strada.
Facciamo così: cestini tutte e due le lettere. Lavorare nella sua redazione è stato il mio sogno per anni. Ma adesso che sento di averlo quasi a portata di mano non mi interessa più. Non mi regala più nessun brivido.
Seguirò i cicli della terra nella fattoria di mio padre, dove sono nato. E riassaporerò il gusto delle parole solo la sera, alla luce del lume, in piena libertà. Senza rimpianti, Egregio Direttore.
Auguro ogni bene a lei e alla sua testata.