riflessione

Oltre quelle linee

rondine02

Prima della corsa appoggio i piedi pesantemente, uno alla volta, sul solito muretto del cancello. Aspetto che il cronometro agganci i satelliti per darmi una misura aggiornata della mia lentezza. Un piede su, un minimo spostamento in avanti per tirare i muscoli dietro la gamba. L’altro piede su, lo stesso minimo spostamento di prima. È in quel momento che mi accorgo di te.

Tagli l’aria calda della sera con le tue dannate traiettorie che sembrano passaggi di bisturi. Precisi, perfetti, affilati, netti. Nessuna sbavatura in quel volo senza quasi muovere le ali. Come mossa da una forza segreta, che a noi con i piedi pesanti non è dato di capire.
Inizio la mia corsa, ho la solita routine, il solito giro da portare a termine. Dopo qualche chilometro arrivo in un punto dove attorno alla pista ciclabile non ci sono case. E ti ritrovo lì.  Le stessa linea perfetta di sempre, gli stessi occhi piccoli e perfetti, la stessa assoluta mancanza di sorriso. E allora ho capito, ho capito chi sei.

Pensavo che sfrecciassi a pochi centimetri da terra e poi alta in cielo fino a perderti per un tuo ruolo non scritto. Pensavo cercassi nutrimento, che compissi il tuo dovere. Invece cerchi altro. Ci leggo un’ansia, ci leggo un amore, ci leggo una speranza da affossare, in quel tuo volo.
E finalmente ti riconosco, oltre quelle piume. Oltre quelle linee la tua linea. Oltre quella tristezza la tua tristezza. Oltre quella bellezza. Oltre.

Probabile velocità eccessiva

fulviotestiStavamo scaricando le borse dalla macchina. Era una domenica pomeriggio, sul tardi. Ma c’era luce. Eravamo di ritorno da Pieve, duecento chilometri di statale. Duecento chilometri di curve, paesi, macchine. Di Fiat.
Sento un rumore forte, come di una botta su un bidone. Alzo gli occhi e vedo che sulla via principale, quella a tre corsie, un’utilitaria esce di strada. Un attimo, quasi sospeso. Entra nel fosso poco profondo. Il dislivello le fa da trampolino e la macchina vola. Orizzontale, istantanea, irreale. A un metro da terra. Colpisce in pieno un platano proprio alla nostra altezza, a una ventina di metri da noi. Non abbiamo neanche il tempo di appoggiare per terra le borse piene di frutta autunnale.
Si fermano le altre macchine, qualcuno corre verso l’incidente. Qualcuno trova un estintore che chissà come gli sia venuto in mente di comprarselo.  Non ricordo se lo usa, non ricordo se servisse. “Chiamate un’ambulanza!”. Qualcuno la chiama, dal palazzo di fronte. Non c’erano cellulari in quegli anni. E se anche qualche macchina aveva le cinture, nessuno le metteva.
Andiamo su, dai, non c’è niente da vedere. Ci spostano per risparmiare a noi bambini la vista di una morte che avevano intuito. Fingono di avere fretta di mettere le borse a posto.
La conferma l’abbiamo il giorno dopo, da un articoletto sul Corriere. Un poliziotto fuori servizio sulla sua A112. Parole e locuzioni che suonano ripetute senza passione dall’articolista. Probabile velocità eccessiva la causa. Procedeva in direzione. Schianto fatale. Forse un attimo di distrazione.
Adesso c’è una piccola lapide, messa qualche mese dopo. Lapide dove qualcuno ha portato dei fiori, ma solo per pochi mesi.
E’ in quel momento, subito dopo quel volo leggero, che ho avuto una chiara percezione di come un istante può cambiare la nostra vita.