riciclo

padre e figlia e riciclo e maiali

maialepulitoaGli altri sono andati all’ennesima festa di compleanno e io sono restato a casa con Chiara. Lei doveva fare tanti compiti, io dovevo andare a correre. Anche se poi non è andata proprio così. Sì perché Francesca mi ha ricordato che c’era da togliere dal soppalco qualche metro cubo di dispositivi elettronici che non funzionano più. A dire il vero la definizione di Francesca era meno rispettosa di quella che ho riportato, ma si sa che le donne non credono che la tecnologia abbia un’anima.

Siamo andati alla discarica speciale dove un addetto della municipalizzata dei rifiuti mi ha impartito una specie di sacramento ecologico. “Ma perché la buttate, non funziona più?”
E io (contrito) “No guardi magari le casse vanno ancora, ma questa parte è rotta”.
“Ah”, ha risposto poco convinto.
Come se mentissi per liberarmene in leggerezza.
Avrei voluto dirgli quel “No guardi, se fosse per me riempirei il soppalco fino a farlo crollare. E’ mia moglie… sa, le donne…” Ma ho resistito, non sono scivolato verso la ricerca di quella complicità troppo facile. Forse era questa la prova di umiltà a cui mi stavano sottoponendo gli dei del riciclo. Forse.

Poi io e Chiara siamo andati a fare un po’ di spesa. Prima siamo passati in una specie di discount dei detersivi, perché cercavamo un parallelepipedo di paraffina per fare le saponette. Niente da fare, neanche lì. Ma in compenso la serendipità dei discount ci ha fatto incontrare un imperdibile porta sapone cinese a forma di maiale. I maiali cinesi non sono come i nostri, sono frutto di selezione umana e di mutazioni imponderabili. Oppure è solo il nostro maiale che è disegnato male. Insomma: mica potevamo lasciarlo lì. Non importa se costava solo novantanove centesimi, ormai era una questione umanitaria. Se neanche i cinesi che l’hanno prodotto potevano mantenerlo, l’abbiamo adottato noi.

Poi la spesa al supermercato vero, quello degli alimentari con i prodotti di marche vere e con i commessi veri. Con Chiara che ramificava il percorso verso tutte quelle cose che la farebbero diventare una pallina di saccarosio (se non ci fossero questi noiosi genitori).
Siamo rincasati sottopoendo la nostra pazienza ad un ulteriore giro di analisi grammaticale e logica. Inventando un po’ di complementi ancora ignoti alla cultura ufficiale. Inventando, certo, ma con gran classe!
Era tardi per andare a correre e ci siamo messi a preparare il pranzo. Solo per noi due. Ascoltando la musica di Spotify che veniva dal portatile aperto sulla tavola. Ognuno usando la propria giusta dose di accoglienza quando cercavamo vicendevolmente di convincerci che Katy Perry, che gli One Direction, che Pacifico… Ognuno usando una pazienza che sarebbe stata bella anche a vederla da fuori.
Spaghetti olio aglio e peperoncino. Acqua con la citrosodina e verdure crude. Anche un pezzo di pera e di banana barando un po’  “Almeno un pezzo così poi quando la mamma te lo chiede, le puoi dire che hai mangiato sia banana sia pera”.

Il tempo sta peggiorando, facile che pioverà. Oggi dovevo fare una dozzina di chilometri e chissà se riuscirò nel pomeriggio. Ma quando riesco a fare qualcosa con Chiara, solo io e lei sono felice.

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Sarebbe la stampa, bellezza.

Eccomi. Ho le mani sporche di inchiostro. No, no, no: ferma. Nessun vanto da scrivano.
Ho semplicemente litigato con una maledetta stampante multifunzione.
Ad un certo punto ha cominciato a dirmi, nel suo inglese a cristalli liquidi, che manca il cestello della cartuccia.
No, guarda bene: c’è.
Per prima cosa faccio come facevano gli antichi. Spengo e riaccendo. Che non è una pratica molto tecnologica. Ma ha in sé quel po’ di cabala e di scaramanzia che la porta ad essere efficace, a volte. Tolgo rimetto. Ritolgo rimetto. Niente.
Cerco su un forum (ormai ce n’è per tutti i problemi della vita quotidiana).
Dicono come fare. Una sequenza magica di tasti per entrare nel menu. Mi faccio illudere dai ringraziamenti eccessivi di chi ce l’ha fatta.
Ci provo io.
Niente. Ancora quel messaggio di errore.
Provo a parlarle: no, stampante, guarda. Io la cartuccia te l’ho inserita. C’è. Guarda!
Niente.
La cosa che mi fa andare in bestia non è tanto il valore della stampante (meno di cento euro, penso).
Ma è il fatto di dover buttare via un oggetto funzionante per ricomprarne un altro pressoché uguale. Perché la stampante funziona. Anzi: funzionerebbe.
Non è questione di avarizia. E’ che sono stato abituato ad aggiustare le cose, invece che buttarle. Retaggio della vecchia saggezza contadina, che proibiva di buttare via qualsiasi cosa potesse potenzialmente tornare utile un giorno. Un giorno…! In realtà poi questa saggezza ha riempito i granai di ciarpame immondo. E solo quando si rifanno i tetti si prende il coraggio e si butta tutto. Ma la cultura del riparare, invece di buttare dovrebbe appartenerci di più. Oggi buttiamo oggetti quasi intatti per un graffietto, per un difetto del tutto secondario. Magari comprandone uno identico. Nuove materie prime, nuova energia, nuova CO2 per il trasporto. Dobbiamo metterci in testa che dobbiamo cambiare.
Adesso provo con le minacce. Aspettatemi…
Se non funziona voglio dare il buon esempio e farvi vedere che sarò io, per primo, a cambiare. Stampante.