riccio

Il riccio invece

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Devo avere ancora da qualche parte la foto di mia sorella, piccola piccola, con una maglietta blu scuro. Le mani in avanti, infilate in due enormi guanti da lavoro. Teneva in mano un riccio. Eravamo in campeggio vicino a Aquileia. Un campeggio al mare, in agosto, uno senza piazzole, molto bello per noi bambini. Di notte qualche animaletto girava per cercare del cibo. Un riccio veniva spesso a trovarci e alla fine lo abbiamo preso.

Il riccio puzza di selvatico. Se lo prendi in mano si chiude per mostrati gli aculei tutti intorno. Sembra tanto minaccioso all’inizio. Ma poi lo capisci che lo fa per difendersi. La paura la senti quando lo vedi respirare, senti il cuore che batte. E aspetti che si apra, anche se lui, finché lo tieni in mano mica è scemo: resta chiuso. E allora aspetti e piano piano, anche se non fa niente, cambi idea su di lui. È impaurito, non minaccioso. Non punge poi così tanto. E anche la puzza, in fondo, non è insopportabile.
Capisci che dentro è tenero, indifeso forse. Ma vivo. Fuori fa tanto per tenere lontani i rompiscatole ma è bello.

Tu coccoli tanto i tuoi peluche ma vorrei che considerassi il riccio. Il peluche è morbido fuori. È facile, facilissimo. Non ti dice mai di no. Ma dentro ha solo robaccia finta, morta.

Il riccio invece.

Esistono le luci

Io ero uno che tutto sommato non se la passava male. Uno che si sapeva accontentare. Vivevo tra quelli come me, avevo il mio posto nella mia comunità. Abitavo nella stessa zona dove ero nato. Non ho fatto mai nessun volo, né con le ali né con la fantasia. Del resto se non sono nato con le ali o con le pinne un motivo ci sarà stato! Magari non sono un tipo molto intraprendente, ma quando hai da mangiare e pochi grilli per la testa (anzi nessun grillo!) non è forse meglio?

Un giorno stavo camminando, pensando al fatto che mi stava venendo un certo appetito (un pensiero come gli altri, lo so) quando all’improvviso ho visto le luci.
Ne avevo sentito parlare da tempo, ma ho sempre pensato che fosse una leggenda. Invece erano davanti a me. Lontane, nitide, bianche. No: non erano stelle o il sole. Troppo bianche, fredde. Troppo luminose.

Adesso vorrei raccontarla a qualcuno, questa cosa delle luci. Ma sono immobile, come rapito. Le vedo che diventano grandi, si allontano lentamente tra loro. Sento anche un leggero fruscio. Forse si stanno avvicinando. Sono come paralizzato dalle luci. E non capisco se è una immobilità che nasce in me o se è indotta da loro.

Che peccato non avere una voce forte abbastanza per gridare. Ma quelli come me non gridano. Mai. Neanche adesso.
Griderei “Venite: le luci esistono! Sono qui, guardate”.
Poi niente.

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