responsabilità

Non era colpa mia

colpadellarbitro

Con i figli che crescono così velocemente spesso le questioni si complicano. Mi trovo a sedare lotte poco olimpiche, fronteggiare scuse dell’ultimo minuto per evitare piscina o scuola, trovare le parole giuste che mi facciano passare per un consigliere credibile. E questa, di sicuro, è la cosa più difficile.
Da un lato questi piccoli cercano in noi genitori un alleato. Uno che ti dica “hai fatto bene a pretendere che il tuo compagno ti desse indietro la penna che ti aveva preso dall’astuccio”.
Dall’altro hanno bisogno di qualcuno che sappia indicare una direzione, che non sia sempre e comunque dalla loro parte.

Piccoli episodi, anche se non vissuti direttamente, mi suggeriscono che noi genitori di oggi non siamo come i nostri genitori di una generazione fa. Quando la maestra metteva una nota sul diario era un dramma. Si iniziava a leggere la nota, si decretava una punizione sempre esemplare(Ah è così che ti comporti? Guarda che figure! Scordati la televisione per una settimana!), si finiva di leggere la nota, si inaspriva la punizione (Anzi: DUE settimane! Fila!).
Oggi, forse presi dai sensi di colpa per la nostra consapevolezza di essere genitori imperfetti, forse per la paura di sembrare cattivi, tendiamo a metterci dalla parte dei puniti. A una nota sul diario si reagisce con “Davvero per una sciocchezza così serviva una nota?” oppure “Forse la maestra ha esagerato, ma tu cerca di non farlo più” o addirittura “La maestra ce l’ha sempre avuta con mio figlio!”.

Io, per la mia estrazione, non posso permettermi questo atteggiamento. Non che sia migliore: solo che sono figlio, marito, fratello, cognato, genero di insegnanti. E questo mi rende molto scomodo adottare un profilo vittimista e protettivo. Pensandoci bene penso che il momento in cui ho preso in mano la responsabilità delle mie scelte è anche un altro. Ho giocato a pallavolo per una decina d’anni. Sì, anche se sono basso! Sì anche se sono in  sovrappeso (ma allora lo ero meno). Anzi meglio: prima ho giocato, poi ho allenato, poi ho addirittura allenato e giocato contemporaneamente.
Il fatto è che il nostro status di squadretta scarsa ci relegava in campionati di livello bassissimo. Così basso che spesso veniva imposto a ogni squadra di “certificare” un paio di arbitri perché non se ne trovavano. Quindi ho fatto il corso e arbitrato qualche partita.
E quando devi arbitrare la prospettiva cambia. Non solo per il seggiolone che ti mette a due metri da terra: cambia perché non sei più quello che può lamentarsi e discutere; diventi quello che deve decidere e a cui tutti girano gli occhi su ogni palla contestabile. Una decisione va presa: la si prende subito, si prende la decisione migliore. E per ultimo (non scritto in nessun codice federale) si devono sopportare le conseguenze di una scelta.

Sarà per questo ma io quando vedo la fauna che popola le piastrelle limitrofe alle macchinette del caffé, all’indomani di un turno di campionato, nutro una grande insofferenza per i discorsi imperanti. “Abbiamo perso ma è colpa dell’arbitro” “Certo che quel rigore c’era” “Sudditanza psicologica” “Avete rubato l’ennesima partita” “Voi giocavate in docici” “Il Guardalinee è tornato con il pullman della vostra”.
Sarà per questo ma quando una mamma inizia con “La maestra ce l’ha col mio Franceschino”; sarà per questo ma quando sul lavoro gente che arriva alle undici in ufficio parla di cordate per giustificare promozioni a loro dire inspiegabili; sarà per questo ma quando parliamo di corruzione dei politici senza parlare di moralità (nostra)…
Sarà per tutto questo che io come servizio civile obbligatorio farei fare ai nostri giovani per tre mesi l’arbitro di uno sport qualsiasi. In una categoria bassissima. In modo che comincino a dover decidere, a dover mettere da parte tutte le scuse, a guardare negli occhi e discutere con chi non è d’accordo (senza ripararsi all’ombra di un branco informe).

E finito con loro magari farei un enorme corso di recupero per noi genitori. Se non è troppo tardi.

 

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Stabile e sicuro

trebicchieriPiove e si ritrovano in un bar. Silvano arriva in motorino, lo parcheggia nelle righe, lo raddrizza, copre il sellino con un sacchetto e mette la catena. Lorenzo arriva subito dopo, con l’autobus, puntuale, anche l’autobus. Monica arriva poco dopo, ha preso la macchina, suo marito era in ritardo, ma abita vicino.

Entrano nel locale dove con chiarezza meccanica vengono spiegate le regole e i prezzi. Quei tre non sembrano gente da aperitivo, ma dopo essersi letti tanto è una buona occasione per vedersi.

Parlano parlano parlano. Intanto il locale si riempie di gente difficile da definire. Il discorso rimbalza piacevolmente di qua e di là. Poi si finisce a parlare di lavoro.

Lorenzo dice che forse si sposterà in Spagna. Lui e la famiglia. Che ormai qui è dura e i contratti nuovi sono pochi irraggiungibili. E magari l’estate prossima ci provano. Per vedere come sarebbe. Per vedere com’è.

Monica ha un contratto a tempo indeterminato, ma suo marito è meno stabile. Lei vorrebbe cambiare, andare all’estero, cercare nuove sfide. Ma si sente il perno del compasso. Dice proprio così. Si vede che sa trovare le parole giuste, come quando scrive. Le pesa questo essere l’elemento stabile e non potersi proiettare verso una crescita.

Silvano ha qualche anno di più. Un lavoro di quelli che venivano descritti con aggettivi democristiani. Solido, stabile, sicuro. Come se ci fosse sicurezza. Ma non lo dice, non sarebbe delicato nei confronti degli amici che devono fare i conti con altro ordine di problemi. Nella mente di Silvano si formano improvvisamente delle bolle di pensieri. Pensa che è fortunato ad avere questa stabilità. Pensa che questa stabilità è la sua maledizione, quello che lo tiene fermo. Pensa che con i figli non sarebbe serio fare scelte azzardate. Pensa che non ci sono occasioni, ma se anche ci fossero lui lascerebbe passare tutti i treni. Pensa che è un idiota a pensarla così. Pensa che è una serata davvero piacevole e cerca di godersi la compagnia dei suoi amici.

Fuori ha smesso di piovere.