radiografia

Pronto soccorso


mano

Mi fa male, mi fa tanto male!
Non è da Luca lamentarsi così. Soprattutto durante una partita di pallone. Un tiro (neanche tanto forte) di un ragazzo più grande è arrivato centrale. Il peso del pallone ha piegato le mani indietro. Non sembrava niente ma continua a dire che gli fa male. Anche dopo averlo messo sotto l’acqua gelata di una fontana di montagna.
Decidiamo di andarlo a far vedere dal medico di guardia che (meritandosi quasi un insulto) dice in un italiano approssimativo “Non ho la vista a raggi icchese (X) dovete portarlo all’ospeddale (ospedale) per i raggi”.
Andiamo all’ospedale e finiamo al pronto soccorso. Luca si tiene il polso. Dolorante ma tranqillo. Cominciamo a calarci tra i codici colorati dell’urgenza. Quando arriva il nostro tempo e il nostro colore un medico lo guarda, tastandolo e lo manda in radiologia. Luca è bravo, entra da solo. Poi giù ancora. Ancora ad aspettare.
Il pronto soccorso di montagna è pieno di vecchi con un (forse) infarto. E poi gente che è caduta e ha caviglie e polsi doloranti e gonfi.
Poi c’è un gruppo di sei motociclisti che stanno aspettando con scaramanzia la visita del settimo. Mi stupisce la loro intelligenza: a occhio direi che il Q.I. è circa 120. Ma poi mi ricordo che non è possibile sommare i singoli quozienti.
Le liturgie da pronto soccorso mi irritano. L’amico degli amici che entra dove è vietato.
La vicina dell’infermiera che la chiama per nome e bisbigliano.
La madre preoccupata per il poppante che nessuno guarda.
Io sono stranamente calmo. Non posso permettermi di trasferire la mia tensione su Luca. Lo rassicuro “Faremo quello che c’è da fare, stai tranquillo”.
Poi finalmente qualcuno guarda le lastre e l’ortopedico ingessa. Un antidolorifico e ce ne andiamo, dentro un temporale che mi bagna da capo a piedi solo per prendere la macchina a poche decine di metri.
Torniamo nella valle incontrando un numero incredibile di arcobaleni. Fuori e dentro il temporale. Li contiamo, ci giochiamo. Lo vedo coraggioso il mio eroe, col suo braccio al collo.
Ne avrà per quattro settimane. Ma lui è tranquillo. E lo sono anche io.
Un passo in più per diventare grande, sopportando. Affrontando questa esperienza nuova. E non solo per lui.

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