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La cabina della SIP

telefono

Vedi? Qui c’era una cabina del telefono. Sì, non c’erano i cellulari. O forse c’erano, ma i ragazzi non li avevano. Pesavano un chilo, costavano due stipendi di quelli buoni e ogni telefonata la pagavi così tanto che spesso ti conveniva mandare qualcuno di persona in taxi a recapitare il messaggio. Ma c’erano delle cabine con un telefono pubblico. Mettevi le monete e parlavi per un po’. Sempre che non ci fosse quelcuno fuori ad aspettare il suo turno. Che normalmente teneva una distanza inversamente proporzionale alla sua impazienza.

Io avevo diciassette anni. Portavo polo di colori che Pantone™ si rifiuta di codificare e avevo la riga nei capelli. Sì, avevo persino i capelli. Come dici? Sfigato? Ma come ti permetti? Certo, lo ero. Ma porta un po’ di rispetto: se non per me almeno per i ricordi.

Forse stavo cercando la mia strada (che idea quella di cercarla, come se fosse già segnata) o forse, inconsapevolmente, stavo costruendo quello che sarei stato. Mi ero messo in testa di parlare per radio. Il mio sogno era quello che mi venisse dato un microfono acceso e un programma notturno. Un cenno del regista e musica convincente e via. Sognavo di vedere la mia voce uscire da una qualche antenna, di vederla fisicamente, come nei cartoni animati. Propagandosi lasciando righe nel cielo scuro e arrivare nelle auto, alle radioline accese a volume basso nelle camerette, ai banconi dei bar. Entrare così, senza chiedere permesso e magari (magia estrema) arrivare persino a interrompere per un secondo il gesto consueto di qualcuno. Immaginare che rallentasse un attimo la sua vita per ascoltarmi. E a diciassette anni come si fa a rinunciare a un sogno così?

Avevo preso dalla guida del telefono il numero della Radio. Una piccola radio di provincia molto seguita anche se con una portata limitata (in tanti sensi).
Avevo chiamato e mi era stato detto “Devi richiamare quando c’è Turati, che è il socio. Prova domani verso le due”.

E quel domani era arrivato. Mancavano cinque minuti alle due e io ero già in piazza con la mia scorta di monetine e la bicicletta da uomo. Guardavo l’orologio e mi preparavo le frasi che avrei detto. Sapevo cosa avrei dovuto dire. Ma mi sentivo di fronte alla parete verticale di una montagna. Una voglia immensa di scappare. “Ma sì, ma chi me lo fa fare? Perché sto sudando e mi trema la voce? Ma lasciamo perdere.”

Invece, ancora non so come, ho chiamato. Ogni moneta da duecento lire che scendeva nel telefono mi cadeva un pezzo di fegato. Ma ho fatto il numero e quei tuuuuuu tuuuuuuu che segnalavano la linea libera mi sembravano eterni…
Poi “Sono Simone, ehm…ho chiamato ieri, volevo sapere se fate dei provini per parlare alla radio…”
“Vieni dai, che parliamo di persona…”

Ero io. Ero lì. E quel giorno, davanti a quella cabina puzzolente, ho deciso di non scappare.

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Forma e sostanza e persino Gino Paoli

riviste musicali, radio ostiglia stereoIo non ho mai comprato riviste troppo specialistiche. Le trovo terribilmente noiose e monocorde. Ma mi è capitato di passare un mese a trasmettere da Radio Ostiglia Stereo. Eh sì, se ci si vantava che era addirittura stereo, capirete la portata!
In quella radio oltre a tanti LP (vinile, certo!) c’era qualche rivista specializzata. RockStar, Mucchio Selvaggio, TV Sorrisi e Canzoni e altre che adesso vorrei ricordare al posto di TV Sorrisi e Canzoni.

Mi capita di leggere una intervista a Gino Paoli. Ecco: Gino Paoli è molto più vecchio dei miei genitori. E nonostante i cantautori siano il genere che preferisco, l’ho  sempre sentito distante. In quella intervista, però, ha detto una cosa che mi è restata. Aveva passato da tempo i cinquanta anni e se ne è uscito con una frase che non mi aspettavo.
“Ho sempre pensato al significato di quello che canto. Ma oggi ho capito che se non canto bene, non arriva. Posso dire le più grandi verità, ma se poi canto male e non mi ascoltano, restano suoni senza significato”.
Fino alla lettura di quella frase, avevo sempre snobbato l’importanza della forma. Al massimo la consideravo un buon imballaggio, ma il contenuto è altro.
Invece allora mi sono fermato.
Ho capito la validità di quel punto di vista.
La necessità di trovare gli strumenti giusti per esprimersi.

Oggi non faccio il cantante (neanche il “Mogol”, come sognavo allora in un mondo che sognava di fare “gli U2”).
Ma quella riflessione, di altri, cadutami addosso in un pomeriggio di luglio, mi ha lasciato qualcosa.

Riavvolgi sempre le cassettine

radio ostiglia stereoSe questa storia fosse un film la prima scena la girerei in una cabina del telefono. In marzo. Cielo limpido, già troppo caldo. Fuori ci metterei qualche Renault 5 e qualche Fiat Regata, giusto per fare capire che siamo alla fine degli anni Ottanta.
Tre monete da duecento lire che vanno giù e un ragazzo bello ma con una fronte coperta da gocce di sudore che gli danno un aspetto decisamente sfigato. La telefonata inizia dopo aver cercato coraggio in fondo ad un grosso respiro.

“Pronto, buongiorno, è Radio Ostiglia? Mi chiamo Simone, volevo sapere se fate dei provini per fare i disc jockey alla radio…”
Il consiglio di lasciar perdere che avevo messo in preventivo, inspiegabilmente non arriva.
Mi dicono di richiamare sabato, dopo pranzo, quando c’è Turati o almeno Scarpa. Almeno? Resto nella cabina immobile per qualche secondo. Non mi hanno mandato al diavolo, forse ce la posso fare. Riprendo le monete non usate che il telefono mi risputa e vado.

Sabato chiamo e, come se la mia domanda fosse la più singolare del mondo, mi dicono “Provini? No vieni che vediamo cosa sai fare”. Prendo la bici, quella Bianchi da uomo con le ruote sottili che si bucavano sempre, e dopo mezz’ora sono lì.

Entro. Vedo che sono diverso da loro. Niente gel, niente capelli lunghi, niente.
Parlo con questo Turati, che è uno dei soci. Io pensavo che una radio avesse degli artisti, non dei soci. Ma sono sospeso in quel mondo nuovo e non mi soffermo su questi dettagli.
Mi fa vedere la stanza da cui si trasmette.  La chiamano Studio 1. Sembra niente male, seria. Mi presenta Toto, il disc jockey titolare. Quello che fa tutte le mattine. Neanche lui ha la faccia da artista. Ma si vede che si muove con disinvoltura. Ah, dimenticavo. In quegli anni i conduttori si chiamavano disc jockey o dj. La parola conduttore la usavano le vecchie zie per riferirsi a qualcuno come Niccolò Carosio o altri pari età.
Andiamo nell’altra stanza, identica alla prima, ma questa la chiamano Studio 2 o studio di registrazione.  Quello che doveva essere un provino è in realtà un breve corso su come usare il mixer. Così si mettono i dischi sui due piatti (vinile, ragazzini!). La regia automatica. Le cassettine con le pubblicità. Il microfono.
Imparo in fretta, sono sveglio. Provo e a loro va bene. Solo il fatto che l’estate prossima non è che sarò proprio del tutto maggiorenne, lascia qualche perplessità. Ma visto che non mi pagheranno alla fine gli vado bene. “Ricordati la pubblicità agli orari giusti e ricordati di riavvolgere sempre le cassettine.” Sono musicassette con pochissimo nastro. Tre minuti, dicono. Ognuna di queste ha dentro uno spot pubblicitario di una trentina di secondi. Pizzerie, agenzie di assicurazioni, negozi di abbigliamento. Cose che ha senso pubblicizzare in un posto in provincia. Quell’adorata provincia dove trascorrevo volentieri le mie estati per nulla romagnole.

In luglio, quando Toto va al mare mi danno una trasmissione. O meglio: un’orario in cui fare la mia trasmissione. Carta bianca assoluta. Solo qualche regola da rispettare, come evitare di ripetere gli stessi dischi e alternare un po’ i generi. Ma faccio e dico quello che voglio. “E ricordati la pubblicità che quella è importante”. Non importa inizio. Non sono teso (strano: io in quegli anni lo ero anche per niente).

Il disco sul piatto numero 1 è pronto. Ho la cuffia. Il microfono davanti con la spugna sopra per filtrare il vento e il fiato. Dopo questa canzone inizi.
E cinque…
(silenzio!)
quattro… tre…
(si alza il volume del mixer con scritto Microfono1)
due…
uno…
(in onda)