rabbia

Ti riporto a casa

Guido in questa notte. In silenzio. Sono furioso. O forse no: sono più deluso, disperato.
Mica facile per un padre guidare a quest’ora di notte, verso casa. Sul sedile del passeggero c’è la causa di questa uscita notturna.
“Guarda un po’ come ti sei ridotto…” Ma la domanda riesco a tenerla dentro. So che è la cosa giusta.
La voglia di parlare, di sfogare la mia paura è fortissima. Ma la domino, la domino a fatica.
“Quanto hai bevuto? Cosa hai fumato? Ma cosa credi di fare?”
Silenzio, occorre silenzio adesso.
Sento che ho dentro una emulsione strana di rabbia, adrenalina, amore. Vorrei farla venire fuori ma sono sicuro che se provassi a parlare adesso i grumi mi fermerebbero le frasi a metà. Nel punto sbagliato.
Faccio una fatica enorme a non farmi inghiottire in quei “te l’avevo detto” a forma di vortice. In quelle frasi che mi muovono il ventre come un conato.
Guido in silenzio, cerco di concentrarmi sulla strada. Intanto sento che ho le mani che serrano il volante, come lancette inchiodate alle tre e quarantacinque.
Ricaccio giù le frasi che mi sembrano inevitabili, ineludibili.
No, non lo sono. Possono aspettare. Devono aspettare.
Devo fare vedere che ci sono. Io ci sono, sono qui. Anche se non riesco a dire le cose giuste, anche se a tacere riesco a malapena.
Incazzato nero, ma ci sono.

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