propositi

la lista

lalista
Mi sono svegliato di colpo e ci ho messo un attimo a capire dove mi trovavo. Ero nel mio letto, la gola secca, erano le tre di notte. Mi ricordo solo che stavo raccontando cose alla mia nipotina Anita.
È vero Anita non cammina ancora, non parla ancora e difficilmente ascolterebbe lo zio preferito farle un elenco serio di cose per il futuro. Ma se la razionalità devo metterla anche nei sogni sono fregato, mi capite?

Il pensiero di tutto il giorno è stato quello di ricordarmi quella lista.
Perché sono sicuro che quell’elenco era un elenco bellissimo, di cose degne da lasciare alla mia nipotina. Un elenco dove ogni punto parlava da sé. Senza numeri, senza ordine, senza conseguenze logiche.
E ogni voce galleggiava in quel foglio in modo perfetto, tanto che avrebbe potuto essere presa anche da sola e generare lo stesso stupore.
Una lista che, ci potrei scommettere, aveva dentro un invito forte a vivere tutto con entusiasmo. Con una spinta verso l’apertura, verso il futuro.
C’erano dentro per forza anche dei sorrisi. Da usare e riusare, sempre nuovi. Di quelli che non si consumano. Perché Anita per adesso ha quattro denti, due sopra due sotto, ma io so già che da grande sarà piena di bellezza e di denti e di sorrisi.
Nell’elenco c’era  qualcosa di edificante tipo l’impegno da metterci, perché le cose ce le dobbiamo sudare, guadagnare, conquistare.
A dire il vero non so se c’era qualcosa della corsa, del saper ascoltare i passi e la lentezza. Cioè io una cosa così la scriverei, ma quel Simone nel sogno magari ha più buongusto di me e ha deciso di togliersi ogni dubbio tornando su quella frase con una riga orizzontale.

Non so bene cosa ci fosse su quel foglio ma adesso non vedo l’ora di andare a dormire per cercare di ritrovare lo stesso sogno, arrivargli da dietro e sbirciare quella pagina. Hai visto mai che, con Anita, possa imparare qualcosa anche io!

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Auguri (senza fine)

auguriArriva la fine dell’anno e siamo portati a fare bilanci. I pomeriggi diventano bui troppo presto. Troppi zuccheri in circolo. Troppa insofferenza da rifugio forzato.  E la televisione ci prende stanchi e ci mette davanti riassunti monotematici dell’anno che si chiude.
Un anno di calcio. Un anno di musica. Un anno di politica. Un anno di aquiloni, di modi per cucinare la cipolla, di cavaturaccioli. Tutto deve essere misurato sull’anno che si sta chiudendo. Come se si chiudesse davvero.
Come se avesse senso, nel contare i giri che la Terra fa attorno al Sole, stabilirne un traguardo.

Calati in questo modo di pensare, è facile cadere nei bilanci.
Cavalco l’occasione a modo mio. Nessun bilancio. Nessun proposito. Voglio solo fare qualche augurio. Indistinto, generalista, banale.

Auguro a tutti i golosi di avere per un attimo davanti il proprio bilancio calorico e quello di un essere umano medio. Non più bocche comandate dagli occhi. Ma la capacità di ascoltare i nostri corpi.

Auguro a tutti i potenti di guardare una cartella clinica con il proprio nome. Magari con tutti i valori a posto. Ma di avere l’occasione di sentirsi uguali, piccoli, vulnerabili. Umani.

Auguro a tutti i pigri di provare la soddisfazione di una sudata. Magari per una corsa lenta, iniziata con una serie di dolorini che sublimano e lasciano posto a scioltezza, lentezza, appagamento.

Auguro a tutti i superbi di sentirsi nudi, davanti a una battuta sarcastica. E di non nascondersi dietro a un risentimento facile.

Auguro a tutti gli egoisti di capire la rara perfezione di una retromarcia con il rimorchio. Perché l’unico modo di farlo è uscire dal ruolo del guidatore. E persino da quello del trattore. Bisogna diventare rimorchio, carro, traino. E ragionare come l’asse sterzante del rimorchio stesso. Essere rimorchio. Ecco. Questo è anche l’augurio che faccio a me.