perfezione

L’elefante turrito

elefante

Quando il blocco di granito fu scaricato nel cortile, Norberto non stava nella pelle. Ci avevano messo settimane per portarlo dalla cava fino alla sua bottega. Al primo colpo d’occhio ci vide già dentro qualcosa di memorabile. Una madonna pietosa. Un San Sebastiano dolente. Un imperatore a cavallo. Un elefante. Pagò quanto dovuto ai carrettieri che girarono i buoi e se ne andarono con la stessa lentezza che li aveva condotti lì.
L’indomani all’alba era tutto pronto, anche la luce del sole. E la distanza tra marmo e idea cominciò lentissimamente ad assottigliarsi.
Passavano giorni e settimane e mesi. Tutti scanditi dai tic dello scalpello sul marmo. Aveva deciso per un animale mitico. Un elefante sovrastato da una torre quadrangolare, simbolo della città, della gloria e di tante altre cose che adesso ci sembrano campate in aria. Ogni ora l’opera sembrava identica all’ora precedente, ma il monticello di schegge di pietra spazzato in un angolo del cortile era sempre più alto. E contando il tempo in settimane la forma cominciava a distinguersi con convinzione sempre maggiore.
Passarono mesi. Ormai si riconosceva chiaramente la figura.
Passarono anni. La maestria con cui aveva scolpito il movimento era senza pari. Si vedevano le pieghe della pelle del pachiderma. Ma Norberto non era soddisfatto.
Allora prese a fare più snelle e più nervose le linee degli arti. Ci lavorò ancora giorni, ma non era soddisfatto ancora. Limò smusso, cercò il punto esatto del marmo in cui si nascondeva la perfezione, ma non lo trovò.
Continuò a scavare, tanto che le linee ormai non ricordavano più la natura di un pachiderma. Sembrava pietra scavata dal fiume, sembrava un pianto.
Ma non era contento e continuò a scavare, a limare, a cercare la perfezione.

Quando alla fine di quegli anni tutto quell’enorme blocco era ridotto a un mucchio di schegge bianchissime, ormai di Norberto sembrava restare poco. Qualcuno disse che la sua ricerca di perfezione lo aveva condotto alla follia. Qualcun altro, un po’ per scherno, un po’ per intrattenerlo ebbe a chiedergli quale fosse, nella sua brillante vita di scultore, l’opera più bella.
“Tante cose belle ho fatto. Tante che mi degnerei di fermarmi a guardare. Ma l’unica perfetta è stata la ricerca della perfezione nell’elefante turrito.”

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La storia che non si lascia scrivere

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Non sapevo ancora che si chiamasse Giovanni quando l’ho visto per la prima volta. E pensare che quella è stata poi anche l’ultima mi sembra incredibile. Se ne stava seduto per terra, sul lungofiume lastricato, dove passeggiano i turisti. Una gamba la teneva distesa distesa e l’altra col ginocchio in alto.
Io senza badare troppo agli altri ho estratto un volantino e l’ho girato, per controllare che fosse bianco. Ho frugato in fondo allo zainetto per estrarre una matitina trafugata in un negozio di mobili. Ho preso appunti visto che il posto e la mia solitudine mi avevano dato quello che mi sembrava un ottimo spunto per un racconto.
Non so come se ne sia accorto, Giovanni, che quella non era una lista della spesa. Forse avevo più lo sguardo di chi mette a fuoco i personaggi e li anima. Che non è lo stesso di chi visualizza i prodotti sugli scaffali dell’iper.
Giovanni distendendo la gamba destra mi dice “Sai: anche io una volta scrivevo…”
“Scusi?” faccio io infastidito da quell’intrusione.
“Ho visto che scrivi: stai mettendo su quel foglio degli spunti per qualcosa da scrivere, vero? Si vede, sai!”
Un po’ mi disturbava questa invasione. Chi era questo. Un barbone, uno che voleva soldi, un ordinario tipo molesto?
Dall’aspetto non riuscivo a ricondurlo a nessuna di queste categorie e questo mi infastidiva sempre di più.
“Io ho scritto fino a quando non ho incontrato lei.”
“Lei chi?”
“No. Non lei chi? Lei cosa! La storia che non si lascia scrivere.”
Ormai mi ha catturato. Non me ne accorgo ma il mio sguardo è meno aggrottato e, con qualche sospetto, cerco di farmi spiegare.
“Avevo trovato la solitudine giusta ” – inizia Giovanni senza quasi ricordarsi di guardarmi negli occhi – “avevo trovato l’ispirazione perfetta. Sentivo che era valida. Che poteva catturare, interessare, colpire. E (cosa più rara di tutte) non era tutta fantasia. Aveva i piedi solidamente piantati nella realtà. Parlava di uno scrittore che incontra una storia così forte che lo sovrasta. E lei, la storia, decide di non volersi lasciare scrivere”
Lo guardo interessato ma non riesco a fare domande. Mi interessa davvero quello che dice. Potrei usarlo per un post.
“E anche io ho fatto la fine del mio protagonista. Ero così convinto della validità di questo spunto che non ho accettato compromessi. Alla fine questa storia non si è mai lasciata scrivere e adesso io sono qui. Come mi vedi”.
Trovo che sia uno spunto bellissimo. Voglio correre a casa, anzi, lascio perdere quello che stavo scrivendo e prendo qualche appunto.
Voglio che questa storia viva. Ma non mi accontenterò di raccontarla in modo approssimativo. Voglio che sia perfetta. Voglio che sia perfetta…