pazienza

Era questo che sognavi

pagliaccio

Era questo che sognavi, quando hai lasciato la casa per partire col circo? Adesso sei lì infreddolito, fuori da questa scuola elementare a ripetere all’infinito la stessa frase. “Ciao, lo vuoi uno sconto per il circo? Portalo ai tuoi genitori, vedrai che divertimento!”

Era questo che sognavi quando hai iniziato a lavorare presto, smettendo di studiare appena hai potuto. Volevi avere soldi tra le mani prima di tutti i tuoi amici. Così, pensavi, mi prendo il motorino e la porto al cinema o dove vuole lei. Non mi potrà resistere. Adesso da quanti anni fai il meccanico? Dieci, quindici, venti forse? Adesso lei non sai che fine ha fatto. Sapevi che si era sposata con uno che lavorava in ufficio con lei. Sapevi che aveva due bambini e che quando l’hai incontrata al supermercato dopo quel ciao come stai non avevate più niente da dirvi.

Era questo che sognavi quando vi siete detti sì? Con davanti un destino perfetto di cose da fare insieme. Ma poi la vita, a non saperla ascoltare, ha preso strade più facili, meno faticose. E nei vostri sogni l’altro compariva di rado.

Era questo che sognavi quando hai discusso la tua tesi? Un’ascesa luminosa come una vendetta. Mettendoci tutta la determinazione e la dedizione che avevi. E adesso che hai il conto corrente pieno e le domeniche vuotissime non vedi l’ora di tuffarti nella prossima settimana di lavoro e non sentire questo silenzio.

Era questo che sognavi? Mi risuona questa frase nella testa, questa frase che sa di sentenza già emessa. Era questo che sognavi? Mentre mi risuona questa domanda mi passano davanti il circense, il meccanico, lo sposo, il manager. Ma per caso passo davanti a una vetrina e mi ci specchio. Proprio mentre la mia mente manda in loop questa frase. Mi rendo conto che la frase vale anche per me. Era questo che sognavi? Era questo che sognavo?
Non lo so, forse no. Ma mi sono mosso: bene o male ho fatto delle scelte e sono andato avanti. Quindi sì, ne è valsa la pena. Mi sono mosso.

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Vederci lungo

esame vista

Ma certo, i bambini alla visita oculistica ce li posso portare io. Basta che prendi l’appuntamento presto, anzi prestissimo. Sì, alle otto e mezza va bene.
Queste parole me le ricordo bene, perché due mesi dopo, nel pieno della congestione lavorativa di fine trimestre ho cercato di dimenticarmele per poter incolpare qualcuno per quell’appuntamento preso nella settimana sbagliata, nel giorno sbagliato, nell’ora sbagliata. In più, per colpa di qualche collega bradipo, tutto il contratto a cui stavamo lavorando ha dormito in un cassetto per quattro giorni per svegliarsi mirabilmente alle sette della sera prima dell’appuntamento. Quindi ho passato il giorno e parte della notte precedente in una specie di congresso del PD, dove le parole d’ordine sono emergenza e urgenza e poi alla fine vogliono parlare tutti e si fa mezzanotte senza avere detto niente.
Adesso mi trovo nella sala d’aspetto del reparto oculistico dell’ospedale, come da appuntamento. Anzi: mezz’ora prima del primo appuntamento. Già da un’ora sono qui per passare alla cassa e regolare la mia ansia di far tardi al lavoro e gestire i turni di gioco con il tablet. I piccoli pazienti non tengono fede al loro ruolo. Sembra invece che abbiano un prodigioso orologio atomico nel cervelletto. Appena mi incanto per dieci secondi dicono “Ma non sono passati i suoi cinque minuti? Ma non tocca a me?”. E a ogni cambio turno si apre una trattativa sindacale di partite che devono finire, di disegni da salvare, dai livelli da completare.
Passa il tempo e l’infermiera con ciabatte di gomma e ricrescita regolamentare ci avvisa calma “Stamattina c’è una riunione, non si sa quando iniziano le visite. Comunque siete i primi”.
Ripesco un po’ di buone maniere da chissà quale impronta genetica e sorrido dicendo un grazie che sembra persino credibile.
Cerco di gestire il cambio turno con il tablet e di lenire la noia crescente.
Passano i minuti e il trio si fa impaziente. Si alzano in continuazione dalle sedie in finta plastica e mentre uno passa gli altri si improvvisano calciatori professionisti e fanno sgambetti preterintenzionali. La tensione sale. La sala si riempie piano piano di vecchi che ci vedono poco. Non pensavo che tutti questi anzianotti ci tenessero tanto a vederci bene. Forse retequattro ha cambiato annunciatrici.
Passa il tempo, l’indicatore della pazienza non lampeggia più: è rosso fisso.
Torno dalla infermiera all’accettazione. “Guardi, siamo qui da un’ora e mezza. Non eravamo i primi?”
Lei, con mestiere, “Sì i primi ma bisogna vedere di quale delle tre file”.
Brontolo qualche consonante slava, ma riesco a non essere sgarbato con lei.
Vado a raccogliere Federico che dalla noia è scivolato sul pavimento come un asciugamano asciutto messo su una sedia liscia.
Pochi minuti e l’altoparlante dice il nostro numero e la sala visite.
Mi raccomando per l’ultima volta di essere educati e di stare composti. Cerchiamo in fila la sala numero 45.
Inizia la visita. La dottoressa dimostra l’età di mia mamma. Dai modi invece, direi che ha l’età di mia nonna. Un garbo ottocentesco un po’ impettito.
Uno alla volta rispondono una fila di E P V T, no era una F…
Prendono posto sulla sedia del paziente e fanno gli stessi esami.
Va tutto bene bene, un leggero difetto è persino regredito.
Dopo un po’ Federico le dà del tu e io lo correggo. Cercando di passare un rispetto del ruolo, più che dell’età.
Riprende la visita e la fila di E H M I O P Q
Chiara è garbata e ha stranamente i capelli in ordine. Il grembiule bianco sotto la felpa. Fa la signorina, quella che ci tiene a fare bella figura.
Luca è un po’ distratto e legge male qualche lettera. Viene richiamato all’attenzione. Un leggero difetto regredisce e siamo tutti contenti.
Federico compensa le lettere sbagliate con i sorrisi giusti. Si rivolge poi alla dottoressa dandole del lei e, prontamente, lei me lo fa notare “Vede come è bravo? Ha capito subito”.
Continua: “Qui vengono tantissimi bambini poco educati. Volevo complimentarmi con voi, bambini. Riferitelo alla mamma eh. Fatele i miei complimenti”. Poi, dopo mezzo secondo, aggiunge un meno convinto “…e al papà, certo!”
Io gongolavo e ripensavo alla sala d’aspetto, alla cassa, ai turni per il tablet, alle telefonate di lavoro, agli sgambetti, al pavimento dell’ospedale, alla ricrescita dell’infermiera. E alla fine sono contento di essere entrato tranquillo e gentile nello studio.
Alla fine la dottoressa ha suggerito un esercizio per guardare da lontano e (cosa che ha confessato di non fare mai) li ha fatti salire su un rialzo, ha aperto la finestra e ha insegnato questo esercizio. Come fossero suoi nipoti.
Ha ripetuto i complimenti e ci ha congedati.
Alla fine la corsa per smistare i bambini pacco nelle rispettive scuole e la strada verso l’ufficio.
Riflettendo sul fatto che mia nonna diceva che invece di arrabbiarsi bisogna essere lungimiranti “Vederci lungo”, come diceva lei.
E che adesso questo insegnamento mi era tornato casualmente presente proprio nello studio dell’oculista.
Arrivo in ufficio tutto sommato in orario. Già stanco, ma soddisfatto.

Storia bonsai

bonsaiPoi quel giorno è arrivato in ufficio con una scatola. Con l’aria di un bambino ansioso per aprire la scatola del nuovo giocattolo. Aprendolo ci spiegava che contiene un seme di bonsai. Che bastava annaffiarlo e sarebbe nato un bonsai.
Il collega presuntuoso, quando non millanta conoscenze altolocate, in fondo è simpatico. Con quel suo entusiasmo fuori luogo e coi suoi discorsi infondati.
Non sono valse a molto le nostre domande “Ma i bonsai non vengono da pazienti lavori di potatura, di rami e radici?”
“Ma sei sicuro che basta innaffiare e cresce un bonsai? Così: senza sforzo…”
Niente: gli imbecilli eravamo noi.
Quindi per due o tre mesi un po’ di acqua della bottiglia di plastica presa ai distributori automatici finiva in questo piccolo vaso blu. Inumidiva quel misto di terriccio e corteccia, ma niente.
Ad ogni annaffiatura l’unica cosa che germogliava erano le nostre derisioni.
Piano piano anche il collega presuntuoso si è arreso e ha ridotto l’enfasi dei suoi “Voi, come al solito, parlate e non capite un cazzo”.
È stato allora che mi è venuto in mente che io, in fondo sono caritatevole. E che io, quando piantavo le lenticchie nella vaschetta col cotone, quelle nascevano per davvero.
Ho portato qualche decina di lenticchie e le ho sotterrate. Ho lasciato che l’esperto di bonsai versasse altra acqua e ho aspettato. Godendomi il suo successo fatto di “Visto, che avevo ragione io?”

Aspettiamo

aspettiamoLei è su quel letto. Lei fa finta di leggere e piange. È caldo, è agosto, sono in viaggio in Portogallo. Hanno buttato gli zaini in quella pensione da pochi soldi. Nessuno dei due ha abitudini e pretese di lusso. Lei lacrima piano, in un silenzio fragilissimo che lascia entrare il rumore della strada. Piange in un modo così delicato che è un peccato non fermarsi a guardarla. È la loro prima estate da sposati.

Lui fa finta di non accorgersene. Per pudore, forse. O forse per non affrontare il problema. Ma il primo singhiozzo non trattenuto fa crollare il suo nascondiglio. Si volta verso di lei e aspetta qualche secondo.
“Che cos’hai? Cosa c’è che non va?”
“Niente”
“Sei stanca?” Lui spera tanto che lei risponda di sì, per tornare in quello scomodo nascondiglio senza parole.
Lei non risponde.
“Va tutto bene?” Che frase idiota! Ma è solo un modo goffo di dimostrare che c’è, che quello che succede gli interessa.
“No, non va bene”
“Ma cos’hai?”
“Neanche questo mese avremo un bambino”
“Ma non devi preoccuparti, è normale che non arrivi subito subito” Lui non lo sa, nessuno lo sa. Lui sta solo inventando qualcosa di rassicurante. Non sopporta di vederla piangere.
Lei non risponde. Le parole e le lacrime hanno sciolto quello strano smalto di pudore che le impedivano di piangere davvero.
Lui adesso è seduto sul letto di fianco a lei, sdraiata. Le accarezza la schiena. È presente.
“Ma se poi i figli non vengono?”
“Ma dai non essere tragica, non è una cosa così meccanica. Ci vuole pazienza penso.”
“Quando torniamo da questa vacanza voglio sentire un dottore. Promettimi che andremo da un dottore.”
“Ma se sono pochi mesi che ci proviamo: aspettiamo…” Si è accorto di avere detto aspettiamo. È un po’ il motto della sua vita. Lei non sopporta questa parola. Proprio adesso che, paradossalmente, vorrebbe usarla per l’annuncio più bello.
Lui ripensa a quanto è piccolo, insignificante, inutile in quel voler consolare una paura così grande.
“Dai riposati un po’ che poi usciamo. Facciamo un giro prima di cena.”
Da dietro quegli occhi rossi lei sorride. Lentamente. Ha pazienza.

Poi era vero che ci voleva un po’ di pazienza. Ma neanche tanta.
Poi non è stato vero che sono andati da un medico.
Poi di figli ne hanno tre e l’anno prossimo sono tutti e tre alle elementari.
Poi lei ha imparato davvero ad avere pazienza.
Lui invece non si è mai liberato da quel vizio di rimandare.