notte

Senza ansia.

Torno alla macchina, poco distante. Il passo è lento, sicuro, sensato. Sono quasi le due di notte. E’ tardissimo. Ma la consapevolezza di questo superlativo non riesce a darmi ansia. Sono contento di non aver mangiato troppo e di aver evitato il secondo bicchiere.

Questa parte della notte non mi appartiene. Non mi è mai appartenuta. Il vento fresco, quello sì. Mi sembra di riconoscerlo. E’ strano che non abbia sbadigliato poi tanto. L’interesse per i discorsi fatti con gli amici della banda larga hanno tenuto ben accesa la mia attenzione. O forse è la caffeina o l’adrenalina per la partita di calcio a sette.

E’ un giovedi (almeno, lo era fino alla mezzanotte dei pignoli). E ancora non mi capacito della tanta gente in giro nei locali. Ventenni trentenni quarantenni. Li ho guardati di sfuggita. Chiedendomi come facessero a essere così in tanti a presidiare la notte. Gli sono passato vicino, con una serenità che mi ha stupito positivamente. Nessuna latente voglia di emulazione. E di insensata commiserazione, nessuna traccia. Nessun rimpianto di non esser come loro. E di non esserlo poi stato durante i tempi regolamentari.

Questa serenità mi piace. Mi fa sentire centrato. Riesco a mettere ancora in un angolo il pensiero delle troppe cose da fare domani e mi concentro sulla batteria del navigatore che mi sta abbandonando.

Entro in macchina. Metto la cintura, la freccia, tolgo il freno a mano. Parto piano.

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La fine della notte

Corro spesso la mattina presto. Per vincere la pigrizia cerco nella memoria quella sensazione. Quella che provo, quando di colpo mi accorgo che la notte è svanita nel primo chiarore. Non è l’alba. Non è il giorno. E’ la notte che si scioglie. Un minuto prima era buio. Buio buio. E adesso meno. Qualcuno la chiamerebbe aurora. Ma è una parola che a casa mia non si è mai usata. E anche adesso mi suona troppo artificiale, per descrivere una sensazione così intima.

Ho imparato a gustare quella sensazione tanti anni fa. Quando la macchina era puntata dritta verso est. Lungo i quattrocento chilometri esatti di A4 che separano Milano-est da Trieste. E oltre. Partivamo verso mezzanotte. Quasi per andare verso un paradosso. Ma ad un certo punto la notte si scioglieva e ci sembrava di avere davanti tutto. Che tutto fosse possibile.

Anche oggi aspetto con attenzione quell’istante. Come un appuntamento ricorrente con lo stupore.

Quel minuto vale i piccoli dolori che le articolazioni ancora intorpidite usano per ricordarmi che non ho fatto abbastanza riscaldamento. Non ho fatto abbastanza stretching. Non ho fatto abbastanza attenzione a tavola.

Ma in quel momento speciale, anche quei piccoli fastidi si fermano di lato. Rispettosamente. Aspettano un po’, senza interrompere.

E se anche al lavoro poi fosse una di quelle giornate che lasciano pieni di perplessità, comunque quella giornata non potrà lasciare la sensazione di un giorno sprecato. E’ stato un giorno che comunque ha sciolto la notte. Proprio davanti a me.