nonno

Centocinque

ortodi noci

Se mio nonno fosse ancora vivo oggi mi sarei segnato di chiamarlo per fargli gli auguri. Cercando di indovinare l’orario giusto, quello in cui è più facile trovarlo vicino al telefono. Magari poco prima di mezzogiorno: quando lui era già pronto a tavola prima ancora che fosse pronto in tavola. E allora sì che lo sentivi brontolare.

Gli direi qualche frase stupida tipo “Certo che centocinque anni sono proprio tanti!”. Certo: è del dieci.
Gli direi che è un peccato che Francesca l’abbia solo intravista e che non abbia conosciuto i bambini. Gli piacerebbero tanto, ne sono sicuro. Non gli darebbero soddisfazioni, quello no. Perché anche passandolo a trovare, le raccomandazioni si dimenticano in fretta: due saluti al volo, due risposte su come va la scuola e poi fuori. Perché il richiamo del bosco di noci è irresistibile. E via a raccogliere uova e a tagliare angurie difettose con il badile, per darle alle anatre.
Ma di una cosa saresti fiero, nonno Duilio, di vedere come sono svegli e spiritosi. Sempre con la battuta pronta. E magari diremmo che è una cosa ereditaria, come essere testardi e avere buona memoria. Ah no: non guardare me. Io parlavo di te.
E poi mi racconteresti le tue storie (sempre quelle) e io starei ad ascoltarle una volta ancora. Ma sai che rinfacciano anche a me di raccontare sempre le stesse storie?
Chiuderei promettendo di venirti a trovare, come ho sempre fatto. Senza avere un’idea precisa di quando sarà. Certo che centocinque sono proprio tanti.

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Federica che parla col nonno

nonno

Federica ha occhi grandi pieni di tutto, soprattutto di quel tutto che è ancora da fare.
Viene da una storia finita in modo strano, che a pensarci adesso non sai dire come sia potuta iniziare, ma allora aveva tutto dentro: la magia, lo stupore, il futuro. Una storia così piena da togliere lo spazio persino ai dubbi, persino al fiato.
Federica seduta sul suo letto col telecomando in mano si sente vecchia, dal fondo dei suoi venticinque anni. Pensa alle strade che non ha scelto, ci pensa e si fa male. Sposta di continuo il baricentro della sua attenzione dallo schermo del suo iPhone a quello del televisore. Attenzioni mal riposte, che dopo un minuto già annoiano. Ma i suoi occhi continuano a fare questa altalena, assetati di stimoli.
Che poi Federica è anche una ragazza molto più bella del normale.  Ma oggi si sente brutta, si sente culona, si sente come se dovesse lavare i capelli.
Fa caldo e Federica è in mutande e maglietta sul letto e non ha niente da fare. Guarda le foto appese al muro. Una foto sua, che le piace tanto. E’ una foto poco interessante stampata grande. La foto è bruttina, ma lei si sente davvero bella a guardarsi lì. C’è un mare, c’è un sole che sta decidendosi a tramontare, c’è una compagnia di amici (che non compare nella foto, ma si vede dal suo sguardo quanto è presente).
Poi c’è la foto del nonno. Un bianco e nero di una ventina di anni fa. Sono seduti vicini a un tavolo e sorridono senza tempo. Lei con la solita faccia da maestrina sorridente. Lui chinato che non nasconde quanto sia disposto a farle fare di tutto, dal tanto che le vuole bene. Federica ci pensa, al nonno. Pensa alle persone care che non ci sono più. Non è dolore è senso di spreco di tante storie, di tanta bellezza, di tanti sorrisi. Lo immagina in un paradiso fatto di osterie. Suo nonno dietro alle spalle degli altri nonni a brontolare i suoi consigli “E cala al caval!” Federica sorride, le piace questa pazzia di ricordarlo brontolone e quotidiano.
Decide che quello che le manca è un progetto, un progetto importante che non duri il tempo di una vacanza.
Imparare una lingua, fare un corso che duri anni, cambiare qualcosa di importante. Sì, è questo. E’ questo che vorrebbe raccontare al nonno. Mete raggiunte, non occasioni perse.
Federica si mette i pantaloncini più belli, la canotta di polyestere e esce a correre. Le cuffie nelle orecchie con una selezione casuale di musica alta e gli occhiali da sole.
“Nonno, dobbiamo cercare un progetto”