noia

Con la noia

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Con la noia non fai molta strada. Ti si infila nei sandali, tra pelle e cuoio, s’aggiusta da sola, cerca il suo posto e provoca abrasioni. Si posa sullo zaino che fino a quel momento ti sembrava sopportabile e lo rende di un etto più pesante del tuo limite.
Con la noia quel libro lo apri anche. Ma il tuo occhio non lo imbrogli: non segue la riga. Rimbalza avanti e indietro come una pallina del flipper alla fine della stagione del mare, quando resta solo il vecchio bagnino con l’ultima moneta da cento lire e  nessuna tasca dove metterla. Allora ding ding ding fino a quando, senza passione, vede la biglia di acciaio andare dietro a tutte le altre.
Con la noia quei progetti che dovevano traghettarti sulla felicità ti lasciano a metà del guado, dove l’acqua è bassa e sotto c’è tanto di quel fango da incollare scarpe e piedi.
Con la noia finiamo a cambiare la data a quell’unico quotidiano proposito del lo faccio dopo.
Con la noia ci giriamo indietro e la troviamo lì: che segue il nostro traghetto a una distanza così perfetta che sembra legata da una cima invisibile. Mai che si avvicini, mai che si allontani, mai che ci tocchi. Sempre lì.

Ma a volte nella noia si trova la spinta per alzarsi dai divani della vita. Quando cominciano a diventare polverosi e troppo caldi. Per uscire da quella presa troviamo quella forza che somiglia più a un rimbalzo casuale che a uno slancio. E in un attimo siamo fuori. Magari vestiti in modo inopportuno, ma fuori. E non importa se qualcuno chiamerà coraggio quel moto centripeto, non importa davvero.
Importa che siamo fuori. dove c’è ossigeno, paura, novità, pensiero difforme. E quella noia l’abbiamo lasciata indietro. Almeno per oggi lasciata indietro.

 

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come la noia

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Perché quando la noia ti circonda e tu sei all’undicesimo piano, hai davanti una gamma molto limitata di opzioni.

Una di queste è guardare la televisione. Tanta televisione, tanta tanta televisione, tanta tanta tanta televisione. Magari dando anche ascolto alla prof di lettere che dice che vanno scelti preferibilmente programmi educativi. E se hai una prof di lettere che usa avverbi come preferibilmente, allora lo capisci subito che tu di chance nella vita ne avrai davvero poche.
Ma i cartoni animati non lenivano il senso di noia. Le loro immagini fisse e ripetitive come la trama di ogni episodio non soddisfacevano nessun desiderio di evasione. E a questo andava aggiunto il senso di colpa che derivava dai proclami disfattisti dei grandi sulla “televisione che rincretinisce” sui “cartoni animati giapponesi che fanno diventare violenti”. La violenza, a dire il vero, la generavano: ma solo perché quando io volevo vedere un programma e mio fratello un altro, spesso finiva che facevamo a botte. Poi il nesso di causalità lo valuteremo in appello.
Guardavo tanta televisione, ma mi interessavano soprattutto i documentari. I bei documentari di Quark con dentro tanti animali e tanta natura e tante leggi del mondo.

Ma quando neanche questo bastava allora c’era la chitarra. Fotocopie di canzonieri scritti in un carattere piccolissimo, con gli accordi (a volte persino corretti) scritti a mano. E poi gli arpeggi, più consoni al decoro del condominio, per  volare via da quella stanza. In avanti, verso amori plausibili in rima, oppure verso palchi, verso storie, verso fantas… “Ehi! Io di qua sto facendo i compiti! Non rompere con quella chitarra! Che tanto fai schifo a suonare.”
Ecco! Poi si atterrava bruscamente.

A volte erano esperimenti scientifici. Tipo prendere un batuffolo di cotone, metterlo nel bidè, sporcarlo di alcool denaturato e dargli fuoco. Pochi secondi di terrore e meraviglia. Vedere la fiamma che diventa blu e arancione e blu. E lascia vapori e sbuffi che poi è un casino mandare via dall’atmosfera viziata del bagno. Passando in pochi secondi dalla scoperta scientifica alla certezza scientifica che saremmo stati scoperti.

A volte era il campetto condominiale. Fondo di terra (molto) battuta, siepi di ligustro e forma triangolare. E quando vincevi a pari o dispari nessuno sceglieva palla, ma tutti campo. E poi Felice che era una schiappa, ma il Tango era suo. Sì, era il Tango di gomma, non quello di cuoio, ma vuoi mettere? Allora ti toccava sceglierlo e in porta fare un po’ per uno. Altrimenti se ne andava, pallone compreso.

Ma alla fine siamo sopravvissuti a tutta questa noia. E siamo persino diventati grandi.