mollette di legno

Qualcosa con la M

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Ieri sera Federico non stava nella pelle, combattuto tra la voglia di raccontare e l’implicito patto del silenzio che regola gli arcani meccanismi dei lavoretti scolastici. Chiara e Luca lo guardavano di traverso, senza parlare. Loro sì che sanno tenere segreti i progetti dei loro lavoretti. Non come quelli della materna, che ci ricascano sempre!

“Indovina cosa ti sto preparando”. Io faccio due conti e capisco che è per la festa del papà.
Faccio ipotesi volutamente assurde, per non rovinargli la sorpresa: “Un portacenere, un portatovaglioli, un portalettere…” Sbagliato sbagliato sbagliato. Quando ero io il figlio, i miei regali erano sempre dei portaqualcosa.
“Inizia almeno con porta?”
“No”
“Allora una finestra”. Faccio lo scemo per portare il discorso altrove.
Ma Federico non molla: “No dai: una cosa che inizia con la M”
Con la M non mi viene niente. Cerco di assecondarlo “Mulo? Macchina? No dai, facciamo che mi tengo la sorpresa e lo vedo domani”
Ma lui è un po’ deluso e il gioco continua fino a quando si distrae e il discorso va altrove.

Qualche giorno fa ho aperto il cassetto del mio comodino. Non ricordo di preciso cosa stessi cercando. Ricordo che quasi non si chiudeva con tutti quegli strati di biglietti e lavoretti accumulati negli anni.
Riprendo in mano quelle opere di rara bruttezza fatte di cartoncino, brillantini, mollette di legno e colla. Sì perché, adesso lo posso dire, la festa del papà è gestita dalla lobby mondiale dei fabbricanti di mollette di legno. Ormai le mollette di legno non trovano più spazio sui fili del bucato. Servono solo per legarsi al vinavil in un abbraccio eterno tipo quello del soldatino di piombo con la ballerina. Ma le mollette resistono alla storia dei polimeri e vivono nei cassetti dei nostri comodini.
Ormai quelle mollette sono lavoretti. Magari lavoretti iniziati con l’entusiasmo infinito dei loro pochi anni. Quello spendere tutto subito che un po’ vorrei imparare. E non importa se poi questo artigianato scolastico viene lasciato a metà dalla ricreazione o se mancano dei pezzi, persi ancora prima della solenne consegna.
Non si possono buttare, anche se davvero non saprei dove metterli. Malgrado la loro intrinseca inutilità e bruttezza, hanno dentro una storia. Vanno guardati in fila. Osservando come anno dopo anno la maestria di questi bimbi aumenta. La capacità, la cura, l’attenzione, il gusto. Certo sono sempre lavoretti brutti, ma ci raccontano quanto questi bimbi crescano in fretta.

E allora viene la tentazione di amarli, quei lavoretti. Come si ama una fotografia mossa perché ha dentro un ricordo perfettamente a fuoco. Un ricordo che non si vuole perdere.
Forse quella cosa con la M era un po’ di malinconia. Anche quella si può costruire assemblando mollette, in fondo.

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