marshmallow

Marshmallow

Mi dilungo sempre nei preamboli. Quindi questa volta non dico che siamo andati a trovare Samuela, dopo anni che non la vedevo, perché è nata Bianca.
Lei è sempre la stessa simpatica, assurda, credibile irrazionale. Tipo che adesso è addirittura medico, ma studia e pratica l’agopuntura. Che lasciamo perdere.
Non ricordo come ma mi ha parlato di un episodio che avevo rimosso. Mi ha raccontato di quando nella notte su macchine buie andavamo nei campi profughi.
C’era un clima particolare in quelle macchine. Umidità che appannavano i finestrini dietro. Tutti ammassati vicini e con le gambe coperte dalle giacche a vento. Qualche cassetta nello stereo e quello davanti che non dormiva per tenere sveglio il guidatore. Si arrivava con un ronzio da motore Fire ancora nelle orecchie e un secco nel palato.
Ma ci univa una consapevolezza. Un senso di unione, di significato di quello che stavamo facendo.
Quella sera al primo autogrill (Verona Nord, obbligatoriamente) un finestrino non voleva richiudersi. All’una di notte è impensabile smontare e cercare di aggiustare.
Ho chiesto in prestito una di quelle caramelle morbide e lunghissime (che ho scoperto anni dopo che si chiamano marshmallow). Quelle gialle e rosa, lunghe una trentina di centimetri. Quelle che hanno l’aspetto di una catena di polimero, più che di sostanza commestibile.
Ho preso quella (diciamo) caramella e l’ho inserita tra finestrino e alloggiamento. Quel gesto cialtrone, contro ogni aspettativa, si è rivelato efficace.
Abbiamo finito il viaggio con il finestrino sigillato e mi sono guadagnato un alone di meritata stima e di invincibilità.

L’avevo dimenticata, questa storia. Ma mi fa piacere che Samuela mi abbia aiutato a disseppellirla dalla memoria. Ci ripenserò quando l’umore sarà grigio. Per farlo diventare giallo e rosa come quei giorni.

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