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Ah ma invece quest’anno

foto di Maddalena Pisani - Studio Madesign

Sono stato al FreelanceCamp nel settembre 2017. Per me era la seconda volta. Un anno fa ci sono capitato un po’ per caso: c’era gente che conoscevo in rete e con cui volevo entrare in contatto di persona, c’era la combinazione di un periodo dell’anno non proprio scomodissimo, c’era la coincidenza un po’ cercata del “Ma perché non prepari un intervento anche tu?”. E senza farmi troppe domande sono andato.
L’anno scorso non ho scritto niente per il mio blog perché non sono abbastanza bravo a caldo e i resoconti a troppa distanza da un evento mi lasciano sempre quel senso di approssimazione che hanno i compiti delle vacanze fatti l’ultimo pomeriggio d’estate.

Rispetto all’anno scorso mi sono imposto di non parlare troppo di me (anche se quello resta il mio argomento preferito) ma di mettermi nei panni di chi ascolta.
Alla prima edizione avevo visto, in mezzo a interventi utilissimi e illuminanti, anche qualche racconto simpatico ma inutile. Io, mi sono detto, voglio mettere qualcosa nel trolley di ognuno.
Oh, anche risultare simpatico, certo. Quello è il mio pallino. Ma magari chi riparte ama di più una frase che possa risuonare nella sua mente e innescare qualcosa, piuttosto che una battuta scema che lo abbia fatto ridere.
Questa volta non ho fatto l’errore di stampare il programma e di evidenziare in giallo gli speaker e gli argomenti da non perdere. Tanto io quando vado poi frequento anche se non prendono le firme.

Perché poi, questo lo avevo intuito da subito, il vero valore di questi incontri non è riassumibile in nessun powerpoint. È nella possibilità di guardarsi in faccia e dirsi tutti gli “invece secondo me”, tutti gli “spiegami meglio” persino qualche “oh, ma quella cosa è una figata!” magari seduti svaccati al cambio dell’ora. E questo fare networking (la definizione è delle acute organizzatrici) è la chiave di tutto. E Silvia e Alessandra sono state così brave da esserci e non esserci. Non avevano verità da propinare (sai che palle!) avevano cose da far succedere. A rileggerla così quelle due mi fanno un po’ paura, ma io mica mi spavento per queste cose, sai! (Ok, non mi spavento ma lascia la luce accesa, grazie).

Mi sono organizzato meglio il viaggio, offrendo e cercando passaggi per fare il viaggio assieme, convinto che anche un po’ di coda possa essere utile a fare rete. E a guardarla bene, la E45 è un po’ come la Route66: ne conosci grossomodo il percorso, ma non puoi prevedere cosa ti insegnerà oggi. Sì, lo so, sembra una frase di On the road di Jack Kerouc, ma credetemi: mi ispiro più a Saetta McQueen di Cars.

Stavolta ho fatto bene a portare la chitarra (poi ti spiego) e a non lasciarla nel baule della macchina (quando la porto resta sempre lì, chiusa dentro i miei “ma poi…”). Ho fatto bene anche ad alzarmi presto e a fare qualche chilometro di corsa, peccato non aver trovato altri compagni in queste mie imprese inutilmente epiche.
Poi per fortuna non avevo quel fastidioso taglio sotto il piede che l’anno scorso mi ha impedito di andare in giro in ciabatte (voi che siete chic magari le chiamate sabot o le chiudete in espressioni eleganti tipo dresscode: infradito). E il fatto di non avere il cerotto mi avrebbe anche permesso di mettermi in mezzo, mischiandomi a quei fricchettoni che facevano “tipo” ginnastica sulla spiaggia. Tipo saluto al sole, ma visto che era sera forse era un arrivederci. Una cosa che somigliava a Karate Kid, ma senza i gabbiani e i piloni del molo. Erano bellissimi da vedere in quella luce gialla: coi loro movimenti lenti e armoniosi che chissà quanto equilibrio e respiri c’hanno dentro, quelli lì. L’anno scorso ho dato la colpa al taglio sotto il piede, quest’anno invece la responsablità di non essermi buttato devo prendermela tutta io. Ma devo avere margini di miglioramento, mica posso avere imparato tutto in un anno solo!

Ah ma poi quest’anno ho fatto bene a non fare lo spiritoso con la barista didascalica. Quella a cui l’anno scorso ho detto “un mojito [pausa drammatica] lungo”. Perché quella l’anno scorso deve avermi preso per uno che voleva far finta di bere e mi ha porto un bicchiere dicendo “Ecco il tuo mojito, te l’ho allungato con l’acqua!”