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Quando ci costruisci la capanna

All’inizio degli anni Ottanta mio nonno Duilio, per evitare future dispute ereditarie, decise di anticipare i tempi e di fare a modo suo.
A mio zio, con cui viveva, diede diede parte dei soldi per fare una casa nuova e un po’ di terra.
A mio padre, che era andato a Milano negli anni del boom economico lasciando il cuore in campagna, lasciò la vecchia casa e qualche fazzoletto di terra, un po’ a destra e un po’ a sinistra dell’argine maestro del Po.
Era una casa che qualcuno chiama il Palazzo e qualcuno, ancora più arditamente Palazzo Buris, dal nome di un fantomatico conte che l’avrebbe abitata in qualche fantomatico periodo di cui non resta traccia.
Mio padre c’è nato e la conosceva bene. Ma noi bambini dormivamo più spesso dalla nonna materna, quando andavamo a Pieve. Per noi era terreno nuovo da colonizzare.
palazzo
I muri sono spessissimi. Come due pietre piene messe una dopo l’altra, sul lato lungo. L’estate il caldo resta fuori. D’inverno i muri si ricordano a lungo di quanto freddo hanno patito nei secoli scorsi e la casa, per scaldarsi, ci mette giorni. Pietre vere, cotte in fornace, non foratini senza anima!
Quando siamo entrati l’elettricità era assicurata da fili inchiodati sulle travi. Il gas era fornito da bombole da 25 litri che bisognava comprare da Gozzi, in piazza, cauzione cinquemila lire. Per l’acqua c’era un rubinetto nella stalla. Certo: era quello il punto dove serviva di più, quando è stato scavato il pozzo.
Piano piano mio padre ha fatto un lavoro ad ogni agosto. Le tracce nei muri per elettricità e scarichi, il riscaldamento. Per il bagno e i tetti da rifare ha chiamato i muratori veri. Muratori che avevano un’opinione molto personale dei concetti di orizzontale e verticale e perpendicolare. Ma questo è un altro discorso.
Noi figli venivamo coinvolti in lavoretti che erano più che altro una noiosa ricerca di presenza. Tienimi ferma la scala. Vammi a prendere quel martello (che era sempre altrove). Portami la pinza rossa (se poi era sparita era colpa di complotti plutogiudaicoparentali).
Il nostro pensiero fisso, negli inverni milanesi, era quello di fare una capanna e di passarci più ore possibili. Volevamo fare come Qui, Quo e Qua che vivevano avventure bellissime immersi nella natura. E la capanna, indubbiamente, serviva.
Ogni inverno mio padre, dalla sua cattività cittadina, ce lo prometteva: se fate i bravi quando andiamo a Pieve costruiamo la capanna.
Io sono convinto che ci credesse in questo proposito. Ma quando arrivava la stagione giusta, si iniziavano i lavori dentro la casa. E la costruzione della capanna, sognata per mesi, veniva sempre rimandata.

La casa intanto cominciava a prendere forma. Le pareti interne avevano perso quel tipico colorino da scatola di gessetti lasciati alla piogga (una camera verdina, una rosina, una giallina, una azzurrina). I muri erano convincentemente bianchi e le macchie di salnitro, quando rispuntavano, faticavano a farsi notare. Ma della capanna sempre nessuna traccia.
Crescendo abbiamo cominciato ad andarci da soli in quella casa. Poi con gli amici, con le prime macchine.
Ormai la capanna l’avevamo quasi dimenticata. Quasi, perché le promesse non mantenute lasciano sempre una scia.
Siamo cresciuti parallelamente ai lavori di quella casa. Oggi tutti e tre la sentiamo casa nostra, una conquista fatta di tanto lavoro e tanti giorni. Adesso è davvero bella e non ha niente della casa di un tempo.

Ma ancora, lì attorno, manca qualcosa.

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