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Luca sono tuo padre

lucasonotuopadreSarà che in meno di cinque anni siamo nati io, mio fratello e mia sorella. Sarà che siamo stati abituati a ragionare con la nostra testa. Sarà che ognuna delle nostre teste era discretamente ostinata. Saranno tutti questi fattori o anche altri che mi sfuggono, ma la maggior parte delle discussioni diventava una sfida dialettica per dimostrare chi aveva ragione.
Non era (se ricordo bene) un capriccio contrapposto a capriccio simile. Era piuttosto la voglia di convincere, l’esigenza di trovare una risposta che vincesse, convincendo l’avversario.
Quando tutte le argomentazioni erano state messe sul tavolo e quando la discussione restava sui binari della logica e non su quella dei calci e pugni (eh, sì mica eravamo all’ONU!) ci rivolgevamo alla mamma come giudice di primo grado. Le indicazioni materne erano conciliati e accondiscendenti. “Dai giocate assieme, cercate di non litigare”. Solo poche volte questa corte entrava nel merito della diatriba. Ma quando neanche questo pronunciamento si dimostrava risolutivo, la decisione su chi avesse ragione veniva rimandata alla corte suprema con la formula di rito “Stasera lo chiediamo al papà”.

La maggior parte delle volte poi la questione veniva dimenticata nel corso di un noioso pomeriggio. Questo oblio preterintenzionale restituiva alla questione il giusto peso. A volte, però, era la prima cosa che il genitore si sentiva rivolgere uscendo dall’ascensore. Prima di un ciao o di qualsiasi altra cosa, aggredito da due versioni non sempre coerenti della stessa domanda.

Adesso faccio parte io del sistema giuridico familiare. Non ho quest’aura di infallibilità. Tranne forse per le questioni che riguardano gli animali, l’inglese e la matematica (non sanno del mi 19 in Analisi I).
Allora il codice di riferimento era l’Enciclopedia dei Ragazzi, comprata con lo sconto dipendenti tramite due cugini di mio padre che lavoravano alla Rizzoli.
Adesso c’è internet. Con una mole di dati molto maggiore, ma che toglie un po’ di valore alla Corte. Il rischio è che la cultura, il sapere, il sapere-come-leggere sia messo in secondo piano.
Devo insegnare a leggere un dato in modo intelligente, senza che la informazione sia ridotta solo a un punto in un elenco. E questo non è facile.

Adesso scusate, devo documentarmi sugli ultimi quesiti che la visione di Star Wars in questi giorni di influenza e maltempo ci ha imposto.
Perché “Chi erano i Sith?” “Alla fine Luke muore?” “Come si chiamano i due robot?” non sono mica domande facili!

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Proust e Rexona

proustrexonaQualche giorno fa leggevo una specie di statistica che misurava quanto internet fosse presente nella storia delle nuove coppie. Non parlo solo di chi si è conosciuto in siti destinati agli incontri (una percentuale minoritaria anche se sorprendentemente alta). Ma anche di chi si è conosciuto frequentando “piazze virtuali”. Amici comuni su facebook, contatti su twitter, commenti ai blog…

I nostri genitori si sono conosciuti con dinamiche tradizionali. Sono nati nello stesso paesino. Oppure frequentavano gli stessi punti di aggregazione. O casualmente si sono conosciuti perché lavoravano assieme. Magari si sono conosciuti su una pista da ballo. O in una vacanza in Romagna.
Oggi la rete è centrale. Io stesso (nel mio piccolo) penso che se nel 1999 non avessi avuto la possibilità di scrivere email a Francesca e leggere le sue risposte, difficilmente mi troverei dove sono adesso. Ok, noi ci siamo conosciuti di persona e poi abbiamo approfondito la conoscenza reciproca con le parole scritte dopo una chiocciolina, ma un po’ è lo stesso.
Rispetto alla generazione precedente, che non aveva questi strumenti, è cambiato tutto. Non so dire se in meglio o in peggio. E forse non mi interessa neanche capirlo. Ma è una riflessione che mi affascina. Il punto è “quanto siamo fatti di parole?”
Internet facilita la conoscenza reciproca. Ci permette di vedere come uno si comporta, cosa scrive, cosa pensa… è molto più facile adesso. Una volta la compagnia si trovava al muretto e nella piazzetta o nel baretto (chissà perché sempre in posti con vezzeggiativi).  E si chiacchierava (come adesso si fa in rete), si cercava di risultare interessanti (come adesso si fa in rete), si cercava di farsi notare dalla persona che ci interessava (come adesso si fa in rete), si raccontavano balle (come adesso si fa in rete), nascevano amori, odii, intrighi (come adesso in rete).
Adesso forse c’è più tempo per esprimerci, per conoscere e farci conoscere. Non siamo più schiavi delle coincidenze di tempo materiale. Possiamo essere in questa nuova piazzetta virtuale  a qualsiasi ora del giorno e della notte. Abbiamo a prima vista più termpo per scambiarci informazioni, per conoscerci a fondo.

Ma allora cosa cambia? Ecco: secondo me quello che manca è la parte animale di ognuno di noi. Insomma: di brutte bestie in rete ce ne sono tante. Non parlo di personaggi abietti, ma semplicemente di gente che parla non dicendo niente. Ma manca il contatto fisico, la chimica, tutta quella parte non verbale di comunicazione. Suoni, sguardi, gesti, odori.
Se Proust fosse vivo direbbe che quella virtuale è l’unica forma di conoscenza possibile, perché noi dell’altro conosciamo solo una forma di proiezione di noi stessi, tutto quello che “avanza” è contrapposizione.
Non basta quindi lo scambio di pensieri. Proust va diluito saggiamente in frequentazioni quotidiane. Tipo mangiare sottaceti e cubetti di formaggio in un’enoteca tra amici. Litigandosi i cetriolini con gli stuzzicadenti (mica palle!).
Una conoscenza troppo sbilanciata sulle parole e troppo poco su tutto il resto quanto resiste alla prova della realtà?
Serve ascoltare Proust, ma bisogna anche potersi guardare senza webcam, potersi annusare. Magari con la mediazione di un qualche ideologo come Rexona.