indefinibile

Un amore senza aggettivi

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Certo che per te è facile parlare d’amore, Serafino. Tu gli aggettivi li sai scegliere, li sai dosare. Devi averne tante valige piene, almeno due per ogni viaggio fatto e tre per ogni viaggio solo sognato. Immagino una casa piccola, larga al massimo cinque o sei librerie. Con un soppalco grandissimo e nel soppalco tante custodie di legno piene di aggettivi. E quando te ne serve uno prendi la scaletta d’alluminio e sali e frughi, stando attento a non fare rotolare giù niente. Dopo un paio di imprecazioni lasciate a metà e un “ma doveva essere qui” la trovi. Riconosci la scatola giusta e la apri, facendo scattare quasi simultaneamente le due chiusure color ottone. Per un attimo dimentichi persino di essere in equilibrio precario tra la scala e la botola. Ma poi prendi l’aggettivo, richiudi la scatola, chiudi la botola e ridiscendi. Poi quell’aggettivo che sembrava perso lo metti di fianco alla parola amore e sembra davvero il suo.

Io invece cercavo un aggettivo decente e mi sono fermato. Dovevo metterlo di fianco alla parola amore in un post, nel titolo di un romanzo o in una vita, non ricordo. Ricordo invece che tutti quelli che trovavo mi sembravano criticabili. Proprio così: criticabili. Che è un concetto che non mi è mai passato davanti qui, visto che scrivo per divertirmi e che se qualcuno mi dice che non sono capace o che sono bravo io rispondo con lo stesso sorriso. Pensa: uso persino uno pseudonimo per illudermi di poter dire tutto quello che mi pare senza dover rendere conto dei miei avverbi!

Ma ogni aggettivo che trovavo per amore, si legava poco, si abbinava male. Come la cravatta per il matrimonio di una sorella che ami tanto. Sì, non è male, però cercavo qualcosa di più… di meno… insomma che lasciasse capire che quella era propria la parola giusta, al posto giusto, nel momento giusto. Una trovata così potente da mettere quasi in ombra il sostantivo.

E ci ho anche pensato di fare una pazzia. Trovare l’indirizzo di quella casa, di quel soppalco, di quelle scatole. Di cercare un momento in cui nessuno è in casa e entrare, cercando di non rompere niente, se non la fiducia. Una finestra lasciata aperta, una chiave sotto il vaso a destra dello zerbino, qualcosa così. Ma se anche avessi scoperto dove diavolo tieni piegata la scala d’alluminio, poi in quel soppalco non ci avrei fatto niente. Di fronte a tutte quelle scatole di legno piene di aggettivi, non avrei saputo trovarlo.

Sarei tornato giù senza curarmi più tanto di lasciare tutto in ordine. Me ne sarei andato mollando magari la porta socchiusa. Tornandomene deluso come un amore senza aggettivi.

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