incontro

Spigoli vivi

spigoli vivi

“Guarda che linea: alta, diritta, luminosa…” Queste sono le esatte parole che Goffredo ripete a mente ogni volta che cammina per l’EUR. Si ferma volentieri, un secondo solo, per guardare quelle costruzioni fasciste. Provando anche un certo imbarazzo nel dover ammettere con sé stesso che quello stile gli appartiene. Linee perfette, squadrate, razionali, ordinate. Sequenze di forme prevedibili, pulite e rassicuranti. Prospettive linde da disegni di terza media, su carta A3 fabriano liscia.
Goffredo lavora come impiegato e non se ne intende molto di architettura. Ma qualcosa di quelle linee lo colpisce sempre, lo lascia ammirato, lo coinvolge.
“E pensare che ho sempre sostenuto che l’unica cosa buona portata dal fascismo è la presa di responsabilità della Resistenza e quel capolavoro di bellezza di eguaglianza e di speranza che è la nostra Costituzione” – Borbotta tra sé.
Goffredo ama essere puntuale, anche quando un orario preciso non c’è. Lo aiuta a sentirsi a posto. Come un deodorante, come un pettine.
Oggi deve vedere una scrittrice che viene da un’altra città. È a Roma per una fiera di libri o qualcosa del genere. Anche Goffredo si occupa di libri, insomma: è uno dei tanti che scrive o prova a scrivere o qualcosa del genere.
Le loro parole si sono incontrate in questi ambienti pieni di retorica e di talenti sovrastimati. Ma si sono scoperti vicini e seguiti. Non si sono mai visti prima, ma si sono scritti tanto. Fino a ipotizzare che la distanza non si debba misurare in chilometri ma in possibilità. E quando scrivono tutto sembra loro possibile. Non è un amore, non è una storia di conquiste. Somiglia più a una vicinanza, a una consuetudine, a una familiarità.
Lui l’ha presa in macchina e subito ha sentito una incongruenza strana. Da una parte la voglia di incontrarsi, dall’altra la paura di rovinare questa bella corrispondenza togliendole la sua prospettiva bidimensionale.
Niente di troppo clandestino, solo un caffè in un covo di antipatici impettiti e due chiacchiere tracciando linee rette da punti a caso del quartiere squadrato.
Quando l’ha vista uscire dalla metropolitana, però, Goffredo si è sentito per un attimo estraneo. Ha pensato: “Guarda che linea: alta, diritta, luminosa”. Stavolta coniugando questi aggettivi (scelti con la solita velocità) a una persona e non a palazzi.
Goffredo si sente l’opposto di tutto questo. Basso, tondo, persino opaco.
Camminano sorridendo troppo. Ma piano piano, in mezzo a tutto questo travertino e a questi angoli retti, questo imbarazzo si scioglie. Come una brina sotto il sole di fine dicembre. E lentamente, nel diventare molli, cominciano a somigliarsi. Lei meno alta, meno dritta, meno luminosa. Lui meno goffo, meno impacciato, meno teso.
Si incontrano circa a metà dei loro imbarazzi. Due elementi che diventano arrotondati in queste vie di spigoli vivi. Si sentono vicini, unanimi, quasi coerenti tra loro.
Ma gli impegni letterari di lei li allontanano e nel salutarsi si abbracciano goffamente dandosi una testata. E ridono. Tra l’indifferenza degli spigoli vivi ridono. Ridono.

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Incontro

A valutarla da quando era iniziata  era senz’altro un’amicizia di lunga data. Ma da vicino si vedeva quanta polvere si era posata. Ma entrambi avevano di meglio da fare, che spolverarla. Ormai era poco più di un contatto in una rubrica indirizzi. La scintilla era sempre mancata, anche quando si vedevano alle prove ogni santo giovedi sera, dalle nove meno un quarto. Poi il tempo passa e lei cambia casa per avvicinarsi al lavoro. Due province confinanti, ma nel quotidiano è come se fossero continenti diversi.

Poi succede che inventano internet e ci si trova più vicini, proprio adesso che si è lontani. Un po’ si calano negli umori di Incontro di Guccini, senza mai citarla in chiaro. Ma succede a poco a poco. E gli ingredienti ci sono tutti. Dalle scale agli specchi, dalla storia che va avanti, dai miti svecchiati  al cambiare per finire ad essere gli stessi. E poi giù nei dettagli. I figli arrivati , quelli che non arrivano. Le grane di ogni giorno.

Fino a quando il suo compagno nel mezzo di uno di quei ciobisognodeimieispazi che i maschi hanno verso i quaranta, scombussola tutto. E in questo polverone il rapporto si fa più fitto. Passano qualche sera a raccontarsi, questi personaggi senza nome. E si ascoltano addirittura senza annoiarsi delle troppe citazioni di film e di canzoni. Lui comincia a chiederle “ma oggi, da zero a dieci, come stai?”, sfruttando l’ennesimo ricordo a 35 millimetri. La risposta all’inizio è un cinque. Costante. Fermo. Ma poi si muove qualcosa, matura. Diventa sette, diventa due, poi sei.

Si vedono un giorno, quando per caso il lavoro li porta per un giorno vicini. E ne approfittano per continuare la conversazione senza modem, né secondi fini. La domanda si ripete.

mhh oggi purtroppo 5, quel nè carne nè pesce che non mi piace…sento che il tempo mi sfugge, sono come in una bolla pesante che mi costringe a stare ferma mentre dentro c’è una spinta vitale che vorrebbe ripartire…ma occorre aspettare un movimento che non dipende da me…x poter poi forse ripartire…ecco perchè “waiting for godot”…do’ il meglio di me al lavoro…poi mi guardo intorno, guardo tutto ciò che è il mio mondo ed è lì, tutto che aspetta…come gli oggetti e i mobili di una casa non abitata da tempo ricoperti da lenzuola bianche perchè siano protetti dalla polvere e ben conservati perchè il padrone tornerà…con una luce fioca che penetra da una finestra socchiusa..ecco sto piangendo e mi serviva oggi e non riuscivo…quindi un grazie immenso immenso che non sai quanto

Il vecchio amico non sa come sostenere il peso di quegli occhi lucidi e l’abbraccia. E lei pensa che lui sia proprio carino a prendersi cura di lei. Sente che in quell’abbraccio potrebbe trovare la forza che stava cercando. Di ripartire da qualche passo indietro. Lui riflette su come riesca a ficcarsi in queste situazioni scomode e a come uscirne. A come uscire. Come uscire.