illusione

Come uno specchio rotto

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Una poesia è uno specchio rotto. Ha tanti frammenti: in uno vedo un pezzo di me, in uno un pezzo di te. Ci vedo tanti colori, tante luci, tante possibili immagini. Se socchiudo un poco gli occhi, facendoli a fessura per cercare di vedere tutto assieme, allora mi sembra di vederci un quadro completo, un’immagine con un messaggio che mi risulta.
Dico che è un bell’insieme, mi consola, ci leggo verità e simboli decrittati.
Ma a essere seri, gli occhi van tenuti aperti. Mi fermo a guardarlo quello specchio. Lui e tutte le immagini che ha dentro. Vedo un pezzo di me. Vedo un segmento di te. Ma dopo poco l’illusione crolla e devo ammettere che quella immagine non sono io. Che quella immagine non sei tu. Che quell’insieme non sta insieme.
E me ne vado, lasciando ad altri la poesia e i simboli. Vado alla prima campana verde del vetro e butto lo specchio, l’immagine e tutta la poesia.

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Cercavo altro

cucina artigianaleCercavo altro, ma stranamente l’occhio si ferma sulla foto di una cucina. La foto è bella, anche se ha tutta l’aria di non essere una foto fatta da professionisti. Sono mobili da cucina solidi, spaziosi. Mi danno una inaspettata idea di luce. Hanno un’idea di minimalismo e di casa con grandi vetrate che danno direttamente sul giardino. Per un attimo mi abbandono in questa catena incontrollata di pensieri e perdo di vista gli auricolari che stavo cercando di comprare online.
Una cucina non mi serve, certo. Tantomeno questa. Mi piace lo stile, ma non è il tipo di cose che comprerei su internet. Scorro l’inserzione nei dettagli per scovare una conferma del racconto che ho immaginato. Qualche indizio solletica la mia autostima: il mio intuito ha preso la strada giusta. Fatto a mano, su misura, lineare. Per me è in campagna o in Sicilia. Chissà perché. Ci vedo fuori alberi da frutto bassi e tanto sole. Una porta scorrevole di vetro, sono sicuro, dietro il fotografo. Mi viene voglia di telefonare.
Ma sì dai, concediamo alla noia di un pomeriggio in ufficio quest’altro nutrimento. Non c’è nessuno attorno adesso. Faccio il numero di cellulare.
“Buongiorno, ho visto l’annuncio per la cucina, posso chiederle qualche particolare?”
Mi aspetto di sentire la storia di una seconda casa da riarredare. E di mobili facili da svuotare. Pensili che non hanno contenuto nessun frammento di vita ma solo stoviglie di moda.
Invece risponde una voce di una giovane donna. Dice che è un peccato. Che la cucina gliel’ha fatta suo fratello minore e che adesso, non avendole rinnovato il contratto ha dovuto lasciare la casa e tornare dai suoi. Dice che è un peccato, lo dice ancora. Che non è per i soldi, ma che deve svuotare la casa, lasciarla libera. Sul prezzo ci mettiamo d’accordo.
Mi prende una tristezza che va oltre il mio stupido gioco di telefonare per verificare una intuizione pigra. Sento parte della sua vita addosso.
Cercavo altro. Saluto. Riattacco. Riprendo quello che stavo facendo. Almeno ci provo.