giudizio

Unico indagato

cantiere

Scendendo dal diretto nella stazione di S. Cassiano nel Pollino, Cosimo non si guardò nemmeno intorno: prese il vialetto con la ringhiera rossa, a sinistra della stazione e si diresse con decisione nella piazzetta rettangolare. Lì c’era, puntuale e scrupolosa una panda verdina. Anche il rumore rugginoso della porta che si apriva gli sembrò familiare.
“Ciao. Come stai, papà?” – disse intanto che reclinava il sedile del passeggero in avanti per buttare il borsone su quello di dietro.
“Bene, Cosimo. E tu? Novità?”
Più che uno scambio di domande era un rito consueto. Nessuno si aspettava veramente una risposta.
La panda si mise in marcia in un silenzio strano.

Nessuno dei due sapeva come affrontare l’argomento. Si era parlato di lui, con nome e cognome, sulla prima pagina di Calabria Oggi e persino sul TG3 regionale.
Cosimo l’aveva saputo da altri studenti fuori sede, con cui non condivideva molto di più dell’accento e della tratta da pensolare.
“Ma quel Santi Morato è tuo padre, vero?”
“Sì, mi padre si chiama così. Cosa succede?”
“Guarda…” e il capannello di studenti si era alzato dalla carogna smembrata di un quotidiano aperto alla pagina della cronaca locale.
Si parlava di un incendio che aveva praticamente distrutto tutti i macchinari della ProGe2000, unica appaltatrice per la costruzione della strada regionale. Si parlava della natura sicuramente dolosa. Si parlava di interessamento delle cosche nei lavori. Si parlava di questa società piemontese, di come aveva vinto la gara pubblica, ma forse senza fare i conti con la realtà.
Si parlava di Santi Morato, custode del cantiere, unico iscritto sul registro degli indagati per questi fatti di cronaca.

La panda verdina correva con una leggerezza innaturale lungo la strada comunale, tanto che sembrava la sapesse a memoria. Ogni buca, però, faceva ricadere di colpo da quella sospensione. E il rumore di ferraglia inquadrava la vecchia automobile nella dimensione naturale.
“Ma cosa è successo, come hai potuto? Dicevano i giornali che sei indagato. Ti hanno interrogato? Cosa ti hanno chiesto?”
“Le solite cose, Cosimo. Non parliamone. Tua madre ha preparato la pasta al forno perché tornavi”
“Ne parliamo sì. E’ ora di dire basta a queste cose! Non bisogna chinare il capo di fronte a queste merde. Tu li hai visti? Ti hanno minacciato? Tu c’eri? Perché qui si sa tutto, tu lo sai chi sono, vero?”
Santi guidava in silenzio fissando con troppa attenzione la strada.
Avrebbe voluto dire a Cosimo che non gli mancava il coraggio. Ma per pagargli gli studi fuori, per dargli una possibilità fuori, per continuare per lui a sognare una vita fuori, lui doveva rimanerci dentro. Dentro questa merda.
E tanto a un custode, a un umile custode cosa vuoi che facciano? Archivieranno tutto. Probabilmente.
Avrebbe voluto dirglielo che doveva portare rispetto. Non per l’autorità di padre, ma per l’amore di un padre. Per un padre che sogna una vita migliore al figlio che studia all’università.
Avrebbe voluto togliersi quello sguardo giudice di torno. Avrebbe voluto una comprensione che non sapeva chiedere.

Scendendo dalla macchina gli disse solo “Ti porto su io il borsone. Va’ a dare un bacio a tua madre. E lavati le mani che ci sarà pronto. Ti ha fatto la pasta al forno, sai?”

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Luca sono tuo padre

lucasonotuopadreSarà che in meno di cinque anni siamo nati io, mio fratello e mia sorella. Sarà che siamo stati abituati a ragionare con la nostra testa. Sarà che ognuna delle nostre teste era discretamente ostinata. Saranno tutti questi fattori o anche altri che mi sfuggono, ma la maggior parte delle discussioni diventava una sfida dialettica per dimostrare chi aveva ragione.
Non era (se ricordo bene) un capriccio contrapposto a capriccio simile. Era piuttosto la voglia di convincere, l’esigenza di trovare una risposta che vincesse, convincendo l’avversario.
Quando tutte le argomentazioni erano state messe sul tavolo e quando la discussione restava sui binari della logica e non su quella dei calci e pugni (eh, sì mica eravamo all’ONU!) ci rivolgevamo alla mamma come giudice di primo grado. Le indicazioni materne erano conciliati e accondiscendenti. “Dai giocate assieme, cercate di non litigare”. Solo poche volte questa corte entrava nel merito della diatriba. Ma quando neanche questo pronunciamento si dimostrava risolutivo, la decisione su chi avesse ragione veniva rimandata alla corte suprema con la formula di rito “Stasera lo chiediamo al papà”.

La maggior parte delle volte poi la questione veniva dimenticata nel corso di un noioso pomeriggio. Questo oblio preterintenzionale restituiva alla questione il giusto peso. A volte, però, era la prima cosa che il genitore si sentiva rivolgere uscendo dall’ascensore. Prima di un ciao o di qualsiasi altra cosa, aggredito da due versioni non sempre coerenti della stessa domanda.

Adesso faccio parte io del sistema giuridico familiare. Non ho quest’aura di infallibilità. Tranne forse per le questioni che riguardano gli animali, l’inglese e la matematica (non sanno del mi 19 in Analisi I).
Allora il codice di riferimento era l’Enciclopedia dei Ragazzi, comprata con lo sconto dipendenti tramite due cugini di mio padre che lavoravano alla Rizzoli.
Adesso c’è internet. Con una mole di dati molto maggiore, ma che toglie un po’ di valore alla Corte. Il rischio è che la cultura, il sapere, il sapere-come-leggere sia messo in secondo piano.
Devo insegnare a leggere un dato in modo intelligente, senza che la informazione sia ridotta solo a un punto in un elenco. E questo non è facile.

Adesso scusate, devo documentarmi sugli ultimi quesiti che la visione di Star Wars in questi giorni di influenza e maltempo ci ha imposto.
Perché “Chi erano i Sith?” “Alla fine Luke muore?” “Come si chiamano i due robot?” non sono mica domande facili!