gay

Omofobia e altre mie paure

omofobia

Oggi al giornale radio ho sentito che è la giornata internazionale contro l’omofobia. L’omofobia. Omofobia. Che termine strano: fobia (paura) messa assieme a omo (uguale). Viene da pensare paura dell’uguale.  Ma in realtà è “paura di chi ama una persona del suo stesso sesso”. Paura? Perché paura poi! Non è paura. È repulsione, schifo, mancata accettazione, intolleranza. La paura di chi è omofobo è quella di vedere scardinare il suo sistema vacillante di valori fondati su regole e scale tradizionali. O forse la vera paura è che guardando in faccia un gay, possa specchiarcisi e trovare nei suoi occhi il proprio stesso sguardo. Fatto di orgogli, paure, vittorie, schiaffoni, conquiste, rassegnazioni, piccolezze e amore.
Amore? Ma che cacchio di diritto hanno di amare questi, che hanno deciso di amare in modo così provocatorio?

Io devo dire che di fobie ne ho altre. Poche a dire il vero. Non che sia coraggioso: il mio problema è che sono lineare e prevedibile persino nelle paure. (Ma si può essere più noiosi di così?)
Quindi non ho paura dei ragni, del buio, dei temporali, dei fantasmi, dei serpenti…

Ho paura di chi guida come se fosse l’unico per strada, senza mettere la freccia e l’attenzione e il rispetto.
Ho paura di non essere all’altezza della vita che mi trovo a dover affrontare.
Ho paura di confondere la giustizia con il mio interesse.
Ho paura di entrare nella schiera di chi chiama tradizione la incapacità di confrontarsi col presente.
Ho paura, correndo, di trovare un cane o una buca che mi costringano a restare fermo sul divano fino a diventare insopportabile.
Ho paura di trovarmi a iniziare discorsi bifidi premettendo che ho anche amici gay.
Ho paura di impigrirmi sempre di più e di trovare più comodo tornare in posti già conosciuti. Ho paura di non volermi abbastanza bene a tavola.
Ho paura di finire per cucirmi addosso una verità su misura.
Ho paura di trattare un gay stronzo con maggiore rispetto di uno stronzo eterosessuale.
Ho paura di essere indifferente.
Ho paura che nonostante questa trave io continui a vedere quelle enormi pagliuzze nei vostri occhi.
Ho paura di sentirmi più povero se dovessi aiutare qualcuno.
Ho paura di sentirmi più unito nell’odio verso qualcuno, che non nell’amore.
Ho paura che se un giorno dovesse succedere che i miei figli (facendo la più grande delle fatiche) dovessero dirmi “Papà sono gay”, io potrei rinfacciarmi di non aver fatto tutto il possibile per permetter loro di essere felici.

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Non ho capito bene

dividere

Non ho capito bene questa cosa delle unioni civili. Che è nata per dare una specie di matrimonio (ma non chiamiamolo matrimonio, per carità!) a chi un matrimonio non poteva celebrarlo. Non perché non avesse i soldi per banchetto, ricevimento, viaggio di nozze in posti che quando-ti-ricapita (elementi tutti sacrosanti e imprescindibili di ogni vero matrimonio) ma semplicemente perché gli sfortunati amano persone del proprio sesso e “NO: nel nostro paese se vuoi vivere con uno del tuo stesso sesso noi siamo disposti a chiudere un occhio e a non chiamarti lesbica o ricchione. Ma pretendere il matrimonio è fuori discussione”.

Non ho capito bene questa cosa che noi eterosessuali, noi cattolici, noi sposati, dovremmo avere qualcosa da dire sul fatto che venga istituita una forma diversa (alternativa, complementare) di matrimonio. Come se questo nuovo matrimonio togliesse qualcosa a noi. Come se fosse una nuova licenza per taxi e concederla a tutti vuol dire che la mia vale subito meno.

Non ho capito bene come mai sia così importante questo obbligo di fedeltà sancito per legge. Ogni membro di una coppia (eterosessuale come omosessuale) vive la fedeltà come scelta. E nel 2016 forse non deve essere il legislatore moralista a dire “Tu donna non devi tradire” (come lo diceva nel 1942). In teoria l’obbligo era per entrambi, ma si sa che l’uomo non è di legno. Oggi deve essere la cultura, l’arbitrio e la consapevolezza di ognuno a condizionare il comportamento. Non un’ammenda.

Non ho capito bene quanti si disperano per una legge fatta a metà. In Italia siamo troppo accomodanti per fare qualsiasi rivoluzione. Noi andiamo avanti per riforme provvisorie che di modifica in modifica diventano un cambiamento. E quindi (timidamente) io sono contento che qualcosa sia cambiato. Sono soddisfatto che il blocco del mai! si sia incrinato e che usi punti esclamativi sempre meno convinti.

Ma soprattutto non ho capito bene perché uno Stato moderno, un cittadino serio, un cattolico, un eterosessuale, non debbano essere felici nel rendere la vita facile a due persone che si amano.

orgogliosamente

arcobaleno

Domani a Roma c’è una manifestazione. Si chiama pride. Nasce da quella che si chiamava gay pride, ma ha cambiato nome inserendo al posto di gay il nome della città. In effetti il nome era sbagliato in ciascuna delle due componenti. Sembrava quasi volesse sottolineare una differenza. L’orgoglio di essere gay. No: l’orgoglio deve essere di poter essere liberamente quello che si è. E quindi l’orgoglio (di tutti) dovrebbe essere quello di vivere in una società arrivata a un livello di civiltà in cui essere gay o etero o non so/non risponde non fa la differenza.

Coi miei figli (che sono alle elementari) ho affrontato domande sulla omosessualità. In un modo che probabilmente avrebbe dato fastidio sia ai sostenitori a oltranza della libertà totale, sia api paladini delle tradizioni chiuse.
Ho detto che normalmente un uomo ama una donna. Ma ci sono uomini che amano uomini e donne che amano donne. E che se una società è libera non tratta male chi ama una persona del suo stesso sesso. Anzi: il livello di civiltà di vede da come sono tutelate le posizioni più deboli. Ecco: l’ho fatto così, ma senza tralasciare di passare il concetto di normalità. Ho paura infatti che i bambini non sappiano fare la differenza e finiscano per assorbire un concetto confuso.

“Ah siete tutti bravi a parole, ma voglio vedere se tuo figlio ti dice che è gay come ci resti”.
Questa frase me la sono sentita dire tante volte e ci ho riflettuto. A prima vista è vero: sarebbe un dolore per me. Non tanto perché un mio ipotetico figlio non andrebbe a soddisfare ipotetiche aspettative che ho riposto in lui o in lei. Quanto perché sarei seriamente preoccupato che possa subire dei torti maggiori degli altri suoi coetanei e essere meno facilmente felice. Ma poi mi viene voglia di scrollarmi di dosso tutti questi pensieri ammuffiti e di andarci, alla manifestazione, con tutta la mia famiglia. Tutti assieme per vedere da vicino che siamo tutti uguali. Sarebbe il modo giusto per relegare sullo sfondo il solito brusio di chi ha le idee chiare soprattutto sulla vita degli altri.
Sorrido al pensiero, ma poi mi ricordo che questo weekend abbiamo così tanti impegni da togliere alla ipotesi qualsiasi realismo. Pazienza, magari lo faremo un’altra volta: