funerale

I tuoi colleghi

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“Senti ti devo dire una cosa, Giulio. Sai quando tutte le cose vanno storte…”
“Stai… dicendo che oggi non ci vediamo?”
“No aspetta. Stavo uscendo dall’ufficio e il capo mi fa: Senti Monica, ci hanno portato la corona di fiori per Ester… insomma per la povera Ester. Solo che la mia macchina l’ho lasciata in officina e non me l’hanno ancora riportata. Io e gli altri colleghi veniamo al funerale alle cinque, ma col tram. Visto che tu sei l’unica con la macchina… dovresti prenderla tu la corona di fiori. Ti aiuto io a caricarla”
Giulio sconcertato: “Ma! Come? E poi?”
Monica, nervosamente: “Niente, non ho saputo dire di no. Adesso ce l’ho in macchina. Cinque minuti e arrivo”.
Monica arrivò nel parcheggio del solito Hotel Beverly. Visto che era l’ora più calda cercò di infilare la macchina in uno dei posti scarsamente ombreggiati del parcheggio quasi deserto. Sì girò vero i sedili di dietro e cercò di capire come gestire quella corona di fiori ingombrante come un ex al tuo matrimonio.
Giulio era entrato nel parcheggio e stava parcheggiando.
“Ciao: eccola qui” – Disse Monica rassegnata “Ho provato coprirla con qualcosa, ma non possiamo lasciarla in macchina, con questo caldo”
Giulio le disse un ciao meccanico, guardando diritto verso il problema floreale. “E cosa dobbiamo fare?…”. Capì subito che Monica si sarebbe innervosita se non fosse saltata fuori una soluzione veloce.
“Portiamola su, dai. Se sta due ore al caldo non ne resta niente”
“Giulio: fra due ore mio figlio è già uscito da scuola” Si sfogò Monica acida, ma convinta.

Giulio non puntualizzò sulla stima del tempo che erano riusciti a ritagliarsi. Prese la corona di fiori e si avviò verso la reception.
A Monica scoppiava la testa: cercava di per il receptionist una possibile spiegazione.
Ma questi ne aveva viste passare tanto e aveva smesso di farsi venire in mente domande. Tanto nessuno degli ospiti che passavano in hotel aveva mai voglia di raccontargli niente di vero. E lui aveva smesso di chiedere e di chiedersi.
Presero una camera che pagarono in anticipo, in contanti, salirono. Sul loro percorso lasciavano di tanto in tanto una strana traccia: una foglia qui, un petalo là.
Arrivati nella camera 202 appoggiarono con cura la corona sul pavimento e tirarono un sospiro di sollievo.
Cercarono di non ascoltare il disagio rifugiandosi in un abbraccio sudato. Meccanicamente si iniziarono a spogliare perché sapevano di non avere molto tempo a disposizione.
All’inizio ognuno spogliava l’altro, ma dopo qualche secondo, come amanti consueti, ognuno era concentrato sui propri bottoni.
Restati quasi nudi si abbracciarono ancora e si lasciarono cadere sul letto.

Monica cercava di non pensare alla povera Ester, andata in pensione pochi anni prima e morta banalmente di malattia tre giorni prima. Ester che aveva sempre un sorriso timido per tutti, Ester che era difficile poter dire di averla vista alzare la voce e litigare. Ester che da sempre vestiva come una dell’età in cui vai in pensione. Ester con la stessa pettinatura da sempre. E adesso diventata improvvisamente “la povera Ester”.
Monica cercava di togliersi questo pensiero molesto buttando mutandine e reggiseno a caso, sul pavimento della camera.
Il reggiseno finì per terra, sopra la corona di fiori. Coprì con imbarazzante precisione quel nastro viola troppo vivace, con la scritta bianca “i tuoi colleghi”.
Sembrava un’altra cosa adesso. Sembrava una composizione, una fascia da miss.

Ester dal posto in cui era guardava quella cosa e si mise a ridere di gusto. Scoppiò in una risata fragorosa, forte come sulla terra non l’avevano mai sentita. Tanto che tutte le anime silenziosamente in fila davanti a lei si voltarono stupite.

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Telefona quando arrivi

Oggi ho accompagnato mia mamma alla stazione. Dopo due settimane passate da noi, tornava a casa. L’ho salutata, l’ho ringraziata, le ho detto di stare attenta in stazione. E “Telefona quando arrivi”.

Poi la mente ha fatto un bel salto. E ho pensato al funerale a cui ho partecipato qualche giorno fa. Era quello della mamma di un collega. Lui ha circa la mia età e (pur non essendo amici intimi) ci capita spesso di pranzare assieme.
Ai funerali io non ci vado volentieri. Un po’ perché ho la fortuna di non avere avuto tante occasioni. Un po’ perché la mia sensibilità e la mia inettitudine mi fanno sentire fuori posto. E per insofferenza, credo. Ai funerali si dicono tante cose dovute, si interpretano ruoli, si recita seguendo copioni. “Condoglianze”. Che poi vorrebbe dire “soffro con te, soffro come te”, ma cosa diavolo posso capire di come soffre uno che perde una madre, un padre o un figlio? Sono parole vuote, solo forma.
Consigliato perentoriamente da mia moglie (“Nel dubbio vacci: ai cari fa piacere!”) alla fine ho partecipato.
Uno splendido pomeriggio di novembre. Il litorale romano. Gente normale, composta, silenziosa, non tirata.

Fila tutto secondo le liturgie fino alla fine. Poi d’improvviso, il parroco passa il microfono “alla famiglia, che vuole leggere un saluto”. Mi sembra strano, apro gli occhi e le orecchie. La ragazza del mio collega parte con la voce tremante, ma senza fermarsi mai. La lettera l’ha scritta lui e parla di cose che toccano. Dice che gli spiace di non aver fatto in tempo a darle dei nipoti. Dice di averla amata in modo assoluto. Dice che avrebbe voluto regalarle qualche anno dei suoi.
Senza mediazioni. Senza pudori. Senza vergogna. Intanto che ascolto la lettera, mi fermo a pensare al coraggio di quei due ragazzi. Lui che ha scritto quella lettera assoluta. Lei che con la voce commossa, ma senza esitazioni, la sta leggendo.

Ecco: lasciando mia mamma alla stazione, ripenso a quel pomeriggio al funerale. Alla mamma di un altro, che poteva essere la mia. Alla lettera di un altro, che non avrebbe potuto essere la mia. Perché io non so essere immediato nel voler bene ai miei cari. Non so essere spudorato nei “ti amo”. Non so essere senza vergogna nel manifestare amore a chi me ne ha dato montagne.