fuji

Torna domani

Film Kodak o Fuji?Ma più che sentirci gratificati, ci sentivamo un po’ in imbarazzo per la tanta ammirazione che suscitavamo.
Sì, perché i ragazzi di Ključ, più che ammirare ed invidiare noi, sognavano di essere come noi. Di essere noi. Noi ricchi, noi senza guerra, noi senza dubbi sul nostro futuro. Noi europei (come se la Bosnia non fosse in Europa). Se dicevi “italiano”, ti si schiudevano larghi sorrisi immeritati. Eravamo sì gli occidentali danarosi (con le poche lire che noi ventenni avevamo in tasca), ma eravamo anche una versione alla buona dell’occidente. Per questo eravamo digeriti molto meglio di inglesi, tedeschi, francesi e americani. Gli spagnoli, forse, erano considerati come noi. Ma ce n’erano tanto pochi che non facevano statistica.

Facevamo volontariato, quell’agosto. Proprio in Bosnia. Nel paesino ci conoscono bene: “gli italiani”. Sono gentili con noi, anche se non hanno bene capito cosa ci facciamo. Ma abbiamo sandali e magliette colorate. Tutta un’altra cosa rispetto agli anfibi e alle uniformi dei soldati canadesi. Quelli che quando scendono dai blindati, girano sempre in due, sempre armati e che hanno una base a due chilometri da lì.

A Samuela serve un rullino per la macchina fotografica. Le sembra una bella idea cercarla qui, in un negozio del paese che ci ospita. Ci prepariamo una frase combinando le cento parole che abbiamo imparato. Quelle che mancano siamo disposti a inventarle lì per lì. Oppure a disegnarle, con gesti e sorrisi.
C’è un negozio di una vetrina. Sul vetro adesivi di due marche di pellicola. Kodak e Fuji. Entriamo.
Un ragazzo di una ventina d’anni, spettinato. Ha denti e t-shirt in disordine ma ci sorride da dietro il bancone che ha più l’aria di una vecchia cattedra. Ci accoglie quasi incredulo, col nostro stesso imbarazzo.
Usiamo la frase che avevamo preparato a mente: “Dobar dan, imate film?”. (Avete una pellicola?) O almeno: questo è quello che volevamo chiedere.
Lui, accenna una domanda professinale “Kodak ili Fuji?” (Che marca volete?). Rapido consulto. “Kodak”.
Ci dice “non ce l’ho: torna domani”.

Usciamo a mani vuote, quasi fieri di aver condotto una discussione.
Ma se non aveva Kodak potevamo chiedere l’altra! Che cretini, dai torniamo dentro. No dai torniamo domani.
L’indomani stessa scena. Chiediamo la pellicola Kodak e lui aiutandosi con le dita: “da 24 o da 36?“.
Noi sicuri (cosa vuoi che sia qualche lira in più!) “Da 36 – tri deset šes!“.
Ci dice “Non ce l’ho: torna domani”.

Usciamo silenziosi. Non capiamo bene cosa sia successo. Se ci prenda in giro o se cerchi solo di prendere tempo. O forse non ci siamo capito. Come no? Ha persino ripetuto! Qualcuno ipotizza che non sia un vero negozio con un magazzino, ma un espediente per vendere qualcosina su ordinazione.
No, dai torniamo dentro. Potremmo almeno fare due chiacchiere con lui. Ma se non riusciamo a dire mezza parola! Facciamo come con i bambini che li facciamo disegnare o giocare a pallone? Sì ma potremmo almeno invitarlo per una birra o a cena.
Brava Samuela. Entra tu. E digli “Vieni a prendere una birra stasera?”. Lui ti risponderà: “Hai tempo alle 8 o alle 9?”
Ma attenta a non sbagliare risposta, altrimenti ti dice “No, non ce l’ho, torna domani”.

Questa storia ogni tanto la ritiro fuori. Anche se so che diverte solo me e gli scemi come me. Ne ricavo al massimo sorrisi accondiscendenti.
Ma in quello scambio di sorrisi, assurdo e menomato, mi piace leggere il sarcasmo dei balcani e l’autoironia di quel bel gruppetto di persone. E questa è l’unica forzatura di questa storia.

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