forza

Cespuglio

Non ne posso più di tutte queste balle!
L’enfasi è indebolita dallo sforzo di rialzarsi da terra. Drizzandosi in piedi con la giusta lentezza, si pulisce da qualche foglia secca rimasta impigliata al velluto. Nella frase non c’è rabbia. Solo fermezza. E forse un po’ di insofferenza. Ma non astio, non rivalsa.
Non ne posso più di stare chinato, in questo cespuglio, a suggerir parole. E sì che con le parole sono bravo, quasi come con la spada.
Rossana, non vi seguo più. M’illudo di conoscere la natura femminile. O almeno di sapere molto, sapendo che non la posso conoscere se non in superficie.
Ma voi, Rossana, mi avete tolto ogni voglia di lanciarvi i miei versi. Cristiano è un bel giovane, di bell’aspetto e dalla voce calda. Sa prendere su di sé parole altrui. Le sa lanciare in alto, verso il cielo e oltre: fino al vostro balcone. Ma ho sempre saputo che non sapesse far durare in eterno questa costruzione.
Non avevo dubbio alcuno che sarebbe stato mascherato. Temevo solo il quando. Adesso, Rossana, sono qui io. Sentite questa voce, guardate questo naso, fate i conti con questo aspetto.
Ma era della voce o delle parole che vi siete innamorata?
O piuttosto dell’idea che vi siete fatta, tutta sola, di questo spasimante che poetava nella notte?
Non era una persona, non era un autore, non era un interprete. Era solo un’idea. Senza aspetto senza voce. Senza necessità alcuna di vivere nel mondo del reale.
La voce, per quanto non cavernosa e rassicurante, è ferma. Di una sicurezza consapevole, padrona.
E allora, Rossana, non ce l’ho con voi. Ma esco da questo cespuglio. Scioglierò queste membra, tornerò ad allungare braccia e gambe che sono state troppo tempo piegate per tenermi chino. Raddrizzerò la schiena, aprirò il torace, tornando a respirare.
Vi lascio tutte le mie figure retoriche, tutte le mie parole, vi lascio questo cespuglio. Vi lascio persino Cristiano. So che saprete come usarlo per popolare le vostre idee. Teneteveli buoni. Teneteli tutti. Credete a me: è un affare.

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